Violenza contro la violenza (1972) di Rolf Olsen

Violenza contro la violenza (1972, Rolf Olsen)
Di Fabio Pucci


Tre anni prima del cult di Sidney Lumet, il Dog Day Afternoon cadde di venerdì, in un gelido febbraio bavarese. A tenere sotto scacco ostaggi, stampa e forze dell’ordine fu Heinz, evaso dalle spiccate posizioni anarchiche impersonato da Raimund Harmstorf, attore che tutti ricorderanno (con meno barba e ancor meno capelli) come antagonista nei primi due film con Bud Spencer diretti da Michele Lupo (Lo chiamavano Bulldozer e Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre). Assieme ad Heinz, un emigrato italiano a Monaco interpretato dal nostro Gianni Macchia, la sua fidanzata (Christine Böhm) e il di lei fratello. Un colpo in banca organizzato nei minimi dettagli, poi qualcosa va storto e i cadaveri si moltiplicano, fino a una fuga in uno chalet in montagna con ostaggi al seguito (tra cui Dagmar, una proprietaria di boutique interpretata da Daniela Giordano), in attesa della resa dei conti finale.
Tratto da un fatto di cronaca verificatosi a Monaco di Baviera nell’agosto 1971, Blutiger Freitag, pellicola di culto in Germania e relativamente ignorata nel belpaese, ci appare, a posteriori, come un prodotto seminale, precursore forse involontario di numerosi noir nostrani (neppure Giulio Sacchi e compagni appaiono, in fondo, troppo distanti) e anticipatore (si suppone) casuale del pomeriggio di un giorno da cani citato in apertura, pur scontando la (non strettissima) parentela con qualche antecedente nel decennio precedente (in primis, i noir-banditeschi lizzaniani).
Sotto la produzione delle bavaresi Divina-Film e Lisa Film e della romana Cineproduzioni Daunia 70 (in quel periodo impegnata nella produzione della trilogia noir di Fernando di Leo), e col viennese Rolf Olsen (figura prolifica e versatile del bis tedesco, da lì a poco assurta a simbolo della nascente shockploitation con la realizzazione del primo Shocking Asia) in cabina di regia, il primo ciak viene battuto l’8 febbraio 1972.
Presentato alla FSK (l’organo di revisione cinematografica in Germania) in data 24 aprile 1972, il film ottiene il nulla osta di circolazione sul territorio tedesco in data 8 maggio 1972, con divieto ai minori di 16 anni, in una copia di 2561 metri. Le edizioni approntate per i mercati esteri rispecchiano tutte l’originale tedesca, eccetto quella destinata all’Italia, la quale presenta svariati tagli in scene di dialogo e rilevanti modifiche in due frangenti.

violenza contro la violenza (1)

Nel primo, una scena particolarmente nota in quanto – in versione completa – la più efferata del film, l’edizione tedesca mostra il ventre di un poliziotto deflagrare per l’esplosione di una granata, sulla quale si era buttato per salvare un bambino che, inconsapevole, aveva azionato l’esplosivo. L’edizione italiana riduce la scena al minimo indispensabile, tagliando 10” di sangue e interiora in bella vista sulle quali la macchina da presa di Olsen non esitava ad indugiare.
Altra differenza, ancor più vistosa in quanto vera e propria variante d’edizione, è rintracciabile nella sequenza erotica tra Heinz e Dagmar, in entrambi i montaggi scandita attraverso due scene (che chiameremo rispettivamente scena 1 e scena 2) separate da un (identico) segmento di raccordo. Nell’edizione tedesca la scena 1 (durata totale: 1’29”) vede il malvivente baciare in modo irruento la donna su tutto il corpo, con quest’ultima che passa progressivamente dal rigetto al piacere. Con l’inizio del rapporto sessuale il montaggio assume una forma onirica, con un susseguirsi, tra filtri e dissolvenze incrociate, di primi piani dei volti dei protagonisti, immagini di animali macellati e nebulose inquadrature di sesso saffico (interpretate da controfigure, secondo un’intervista rilasciata da Daniela Giordano). La scena 2 (36”) mostra invece l’uomo che, dopo essersi riallacciato i pantaloni, inizia a litigare con la donna, per poi stringerle il collo e sferrarle pugni violentissimi. L’urlo, percepito (fuori campo) nella stanza accanto, fornirà l’incipit per la scena successiva.
Nel montaggio italiano la sequenza è caratterizzata da una fotografia molto più cupa, probabilmente ottenuta tramite filtri aggiunti in postproduzione, e mostra un vero e proprio stupro. Ambientata in una stanza dalle pareti bianche, solo intravista a causa delle tonalità lugubri e dei piani di ripresa ravvicinati, la scena 1 (1’04”) vede Harmstorf aggredire in modo sempre più aggressivo la donna, strappandole le vesti e baciandola con violenza, finché questa non cede, lasciandosi andare tra le braccia dell’uomo. Tutta l’evoluzione onirica della scena è dunque assente, anche se possiamo osservare come il topless non controfigurato dell’attrice sia visibile solo in questa versione. La scena 2 (37”) vede la prosecuzione di quanto visto poco prima, con l’atto ancora in corso che, passato da toni passionali ad altri più violenti, culmina con lo strangolamento della donna.
Infine, ulteriori modifiche avvengono a livello di doppiaggio, soprattutto per quanto riguarda i personaggi di Gianni Macchia e Daniela Giordano. Riguardo al primo, il doppiaggio pone in secondo piano la sua italianità, stemperando varie battute, proferite da diversi personaggi, riguardo alla sua condizione di immigrato. La Dagmar di Daniela Giordano perde invece i riferimenti alla propria omosessualità, esplicitati nell’edizione tedesca attraverso alcuni scambi di battute nelle sequenze ambientate in banca. Tali riferimenti forniscono peraltro una spiegazione alla presenza di flash saffici durante la scena erotica con Harmstorf.

violenza contro la violenza (2)Tale edizione montata ad hoc per il mercato tricolore, intitolata Violenza contro la violenza, è presentata in censura in data 24 novembre 1972. La quarta sezione della Commissione di revisione cinematografica, richiede, per il rilascio del nulla osta, il seguente taglio: “La scena della violenza carnale commessa dal capo della banda contro la proprietaria della boutique e precisamente dal momento in cui egli si abbandona a carezze e baci libidi così in varie parti del corpo della donna fino al momento in cui la donna esausta e sfinita lo bacia.”. Accertato il taglio (dalla lunghezza di 62 metri), in data 29 novembre la commissione esprime parere favorevole per il rilascio del nulla osta, con divieto ai minori di 14 anni, in una copia dal metraggio accertato di 2630 metri. L’edizione in videocassetta edita dalla New Pentax, al di là di alcuni piccoli salti dovuti al cattivo stato di conservazione della pellicola utilizzata, presenta un master fullscreen (dalla durata di 86’21” in 25fps) dell’edizione italiana pre-censura, comprensiva, quindi, del taglio citato sopra. Le edizioni tedesche homevideo antecedenti al 2017 (vhs VMP e Astro, dvd MCP e Best Enterteinment, propongono invece l’edizione cinematografica tedesca, e hanno una durata in 25fps che oscilla tra i 92’20” e i 92’38” a seconda della presenza o meno del logo Gloria Film in apertura.

Nel 2015, l’etichetta Subkultur Entertainment organizza un croudfounding per realizzare un’edizione homevideo in alta definizione del film. Raggiunta la quota prefissata e vagliati i primi materiali ottenuti dalla Lisa Film, i membri della Subkultur notano che il negativo-colonna risulta più lungo di circa cinque minuti rispetto alla copia ottica restaurata (composta impiegando materiali del negativo-scena e dell’interpositivo). Ottenuti dalla produzione tutti i materiali inerenti al film, emerge una scatola senza alcuna annotazione che si scoprirà, a sorpresa, contenere un rullo con impressi circa 5 minuti di scene mai viste, eliminate dalla produzione, in almeno un caso per probabili motivi di censura. Tra queste spicca un’ulteriore variante della scena erotica, in cui l’evoluzione onirica dell’edizione cinematografica tedesca è mostrata senza filtri né dissolvenze. In questa forma la scena ci rivela sorprendenti dettagli tecnicamente hardcore che le alterazioni visive dell’edizione cinematografica rendevano quasi impossibili da distinguere, e aggiunge inoltre una coda di 2”, con la ripresa della scena con Harmstorf e la Giordano.
Tra le altre scene ritrovate, l’incipit del dialogo tra Macchia-benzinaio e lo stesso Rolf Olsen (54”), un dialogo tra Christine Böhm e Amadeus August (1’29”), l’inseguimento tra polizia e malviventi prima dell’investimento dell’uomo in bicicletta (50”), un dialogo sentimentale tra August e Gila von Weitershausen (35”), il raduno dei quattro banditi dopo il colpo, con Macchia che esulta (29”) e il ralenti della morte di Christine Böhm (8”)

Nel primo disco della fondamentale edizione Subkultur le scene in questione sono reintegrate nell’edizione cinematografica: otteniamo così il film nella sua director’s cut (101’31” di durata, in 24fps), come originariamente concepito da Olsen prima degli interventi della produzione e della censura. Il secondo disco presenta invece sia l’edizione cinematografica tedesca (la stessa edita in Germania in videocassetta e DVD, dalla durata di 96’35” in 24fps, sia l’edizione cinematografica italiana reintegrata del taglio di censura (90′ in 24fps), il tutto sorretto da un’eccellente qualità video. Segnaliamo che la versione italiana (contenutisticamente analoga alla vhs New Pentax, al di là di talune cadute di fotogramma di quest’ultima) risulta, come specificato nelle note presenti nel blu-ray, essere stata ricostruita impiegando come copia campione un vecchio telecinema dell’edizione italiana: un frammento del riversamento pre-restauro di quest’ultimo è stato inserito tra gli extra.

Si ringrazia Giacomo Di Nicolò (Subkultur Entertainment) per la fondamentale consulenza

Caligula (1979) Part Three

The third and last part of the vicissitudes of Tinto Brass’ Caligula. After the trouble with the Board of censors, the seizure and the verdict of obscenity, another chapter was added…


With an amnesty dated December 18, 1981 the crime of obscenity was declared “judicially extinguished” for the Italian law (the equivalent of a legislative pardon). Therefore, Rossellini could have access to the 160,000 metres of negative stored at the Technicolor lab in Rome.

Since the positive copies were still under seizure after the ruling on the part of the Bologna judge, and the trial was still ongoing, the producer decided to prepare a new and different edit, so as to at least partly recover the economic loss caused by the seizure. The license of distribution to PAC was revoked, and a new deal was signed between Felix Cinematografica and Gaumont: the result was Io, Caligola, which was submitted to the Board of censors on November 30, 1983.

The request for a screening certificate was accompanied by a letter penned by Rossellini himself, who explained in detail the reasons and the peculiarities of the new edit, about 40 minutes shorter than the one which had been submitted in 1979:

«The applicant [Felix Cin.] has produced in ’76 the motion picture Caligula […]. Over the last five years this film has been programmed in the following countries: Austria, Australia, Belgium, Brazil, Canada, Columbia, Denmark, Ecuador, Finland, France, Great Britain, Japan, Germany […] and as of today it has reached a total gross of about 80 million dollars. It is absolutely the Italian film that has achieved the highest foreign earnings.

io, caligolaFollowing the request dated July 9, 1979, this Ministry granted the certificate on July 10 […] but once the distribution had started in the province of Forlì, the film was seized and then released from seizure. Upon observation of said authority, Mr. Franco Rossellini […] set out to perform a very delicate work so as to eliminate, with modification such as to avoid that the story and the artistic expressions of the film be unbalanced, any sign of obscenity on the released copy of the film. Unexpectedly, the distribution company for the Italian territory, PAC, started to exploit the film in its previously seized version, against the producer’s will, so that the film was again put under seizure for the offense of obscenity […] and while the criminal judgment is pending, the seizure of the positive copies of the film has been maintained, in the version released by PAC, which is the one authorized by the Ministry.

Felix Cinematografica, the owner and exclusive holder of the rights for all the negative and positive material ever used in the version put under seizure […], has produced a separate edition and a completely different cut from the previous one, regarding diversity, originality and editing […] in which all the elements of the film have been innovated. Namely:

 The title

2) Re-editing (by [Enzo] Micarelli)

Musical score for the new edition (by Renzo Rossellini)

Re-editing of the musical score

Recording of the sound effects

Re-editing of the special effects.

The film must be therefore considered a “quid novi” [something new] with respect to the seized one.»

Of course, Rossellini omitted to say that in many foreign countries Caligula had aroused the same indignant reactions as in Italy. For instance, in the United States, the vice-general attorney in the county of Fulton (State of Georgia), Mc Cauliff, demanded its seizure and the destruction of the copies, sided by the “Morality in Media Inc.”, the national association against obscenity in the movies.

On January 4, 1984, however, the 5th section of the Board sent a telegram to the cabinet of the Minister. Summarizing the vicissitudes of the film, the commissioners asked whether it would be possible to accept Rossellini’s request or not:

«Given the complexity of the matter, the review of the case is returned to this Office of Cabinet, and we are waiting to know whether the examination of a second edition of the film is admitted, assuming that the competent Commission will verify that the material is different from the one that is the object of the seizure order.»

Soon after, the Legislative Office of the Ministry of Spectcle gave a positive response:

«I believe that there is no legal obstacle to the submission of the film in order to obtain a censorship visa. Either the film is to be considered a reworking or, more so, a new work […]. It will be the exclusive task of the designated Commission to decide whether to verify or not the correspondence of its content to the film Caligula».

The news that the application for a new certificate had been accepted bothered both PAC and Penthouse. Both companies, through lawyer Gianni Massaro, tried in vain to block the film’s release.

«I formally inform you that my clients,» wrote Massaro on January 20, 1984, «have never agreed, nor do they agree now, to any manipulation of the original version and the residual footage of Caligula, nor to the creation of another version of the film which, apparently, has been prepared and submitted in the most absolute secrecy by Felix Cinematografica in order to obtain a certificate […]. Therefore, my clients oppose and are reserving to take any action against the submission to the Board in order to obtain a new censorship visa for any new edition of the film Caligula, which in its original version is still subject to the criminal court’s judgment.»

caligola tinto brass

The companies’ appeal was ignored, and on March 16, 1984, Io, Caligola was reviewed by the 7th Section of the Board. The Commission, however, claimed to be incapable to decide whether the copy submitted for review was different from the one under seizure.

On March 23, the same Commission viewed the film again and compared it with the “old” version. The judgment was the following:

«Having viewed the film Caligula (original version), having noted that some scenes (namely those considered determinant by the Court of Appeal of Bologna on April 28, 1982, in order to detect the offense) are not included in the film Io, Caligola […], procedes to vote on the preliminary matter of the correspondence of the latter motion picture to the the film Caligula […]. By the majority, the Commission considers that the examined film does not correspond to the original version (Caligola), and therefore its examination in order to grant a screening certificate is not precluded.»

Some members opposed to the granting of the certificate: Dr. Maccagatta and scriptwriter Giovanni Simonelli, pointed out that the new version «basically repeats in its essence and details the previous film, whose ethos [Greek for “character”] remains unchanged, and undoubtedly inspired the ruling of the Court of Appeal of Bologna».

The censorship visa was therefore conditioned to the cut of several scenes and shots, for a total of 177,40 metres (approximately 6 minutes and 25 seconds). Below is the list of the cuts as reported in the minutes of the session:

1st reel:
Pool scene, Senator’s penis;
Pool scene, Tiberius dressed in red among his courtiers;
Pool scene, woman turning in the water;
Pool scene, Tiberius dressed in white speaking to Caligola;
Pool scene, Tiberius dressing;
Pool scene, the embrace between Tiberius and Caligula after the dressing;
Tiberius and Caligula walk among the courtiers engaged on sexual activity;
Orgy scene of the courtiers;
Second orgy scene of the courtiers.

2° Reel:
Caligula and Tiberius among monstruous human beings; a horse-man and other monsters, including the three-eyed woman;
The nude body of a killed woman laid on the ground and other scenes of people nude in the ground, impaled or crucified;
Men washing themselves with mud;
Naked woman washing the floor;
Various tortures.

 3° Reel:
Scene of Caligula urinating.

 4° Reel:
Caligula sodomizas Cesonia, his bride-to-be;
Scene of the cutting head game in the stadium;
Close-up of a head being severed;
Long shot of a head being severed;
Lidia and Proculo’s wedding: scene of the two newlyweds being raped by Caligula.

 6° Reel:
The dogs eat the murdered Proculo’s penis;
The baby’s head comes out of Cesonia’s body as she gives birth;
Caligula kisses the body of his deceased sister.

7° Reel:
Bordello scene on the galleon: a black man dancing, a naked woman seen from behind engaged in sexual acts.

On March 29, 1984, Io, Caligola was granted the censorship visa, and two days later it was released theatrically.

The film was heavily advertised, with more than 80 copies distributed simultaneously and ads on newspapers promising strong emotions for the moviegoers. But the trick was soon exposed: «Don’t pay attention to advertising», film critic Michele Anselmi wrote in L’Unità, «this Io, Caligola is not “the movie you wanted to see and you have never seen.” It is only a shameless scam concocted by Franco Rossellini, producer and owner of the forbiden film on the “mad” Roman emperor which came out on the Italian screens in 1979 for just two days and a half, due to the usual complaint for obscenity […]. Mind you, it is always a pleasure to witness the defeat of the bigots who seek to safeguard the so-called “common sense of modesty”, but in the case of Caligula tings are somewhat different. Because the film that has been released last Saturday all over Italy […] with a slighly different (there is an added Io) and distributed by the exhausted Gaumont is not exactly the Caligula we know, and which caused a scandal and was consequently banished. The current edition is missing exactly 40 minutes […]. Of course the ads do not talk about the cuts.»

In the same article, Anselmi described the reaction on the part of the moviegoers: some yawned, others giggled; and he underlined how the film, devoid of the scenes that made it infamous, had become a sort of empty box, lacking mordant and interest.

Nevertheless, on April 3, 1984, the Investigating Magistrate of Forlì, Mario Angeletti, ordered it to be seized nationally because of its «obvious obscenity as a whole, with reiterations of images of sexual acts, also unnatural, and gruesome and violent scenes.»

Probably the film’s title was enough for the Magistrate to issue the order.

Franco Rossellini claimed to be «indignant», and swore he would never make a film in Italy ever again.

Who could blame him?

 3/End.

Special thanks to Peter Jilmstad

Caligola di Tinto Brass (1979) Terza Parte

Terza e ultima parte delle vicissitudini di Caligola. Che, dopo i problemi in commissione di censura, il sequestro e la condanna, si arricchiscono di un nuovo capitolo… 


Con l’amnistia del 18 dicembre 1981 si estingue il reato di oscenità di Caligola, e Rossellini può di nuovo accedere ai 160.000 metri di negativo scene in giacenza presso il laboratorio Technicolor.
Poiché sulle copie positive permane invece la confisca disposta dai giudici di Bologna e il processo è ancora in pieno corso, il produttore pensa bene di approntare un montaggio dell’opera diverso dal precedente, così da rientrare di parte dei danni economici causati dal sequestro. Revocata la licenza di distribuzione alla società PAC, viene siglato un accordo di sfruttamento tra la Felix Cinematografica e la Gaumont: nasce così Io, Caligola, che viene presentato in censura il 30 novembre 1983.
La domanda di revisione viene accompagnata da una lettera dello stesso Rossellini, che spiega nel dettaglio le ragioni e le peculiarità di questo nuovo montaggio, di una quarantina di minuti  più corto rispetto a quello passato in censura nel 1979:
«La istante [Felix Cin. ] ha realizzato nel ’76 nella veste di produttore il film Caligola […]. Tale film è attualmente in programmazione da 5 anni nei seguenti paesi: Austria, Australia, Belgio, Brasile,  Canada, Colombia, Danimarca, Equador, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Germania […] e ad oggi è arrivato ad un incasso di sala di circa 80 milioni di dollari. Esso è in assoluto il film italiano che ha realizzato i maggiori incassi esteri.
A seguito della domanda di revisione del 9/7/79 codesto Ministero concedeva in data 10/7/79 il nulla osta di proiezione […] ma iniziata la programmazione in provincia di Forlì, il film veniva sequestrato e poi dissequestrato. Su osservazione della predetta autorità il sig. Franco Rossellini […] si accingeva ad effettuare sulla copia dissequestrata delicatissimi lavori sulla scena per eliminare, con adeguamenti tali da evitare squilibri al racconto e alle espressioni artistiche del film, qualunque segno di eventuale possibile oscenità, quando, inopinatamente, la distributrice cinematografica per il territorio italiano PAC iniziava di sorpresa lo sfruttamento del film nella versione prima sequestrata, contro la volontà del produttore, talché il film veniva sottoposto nuovamente a sequestro per il reato di spettacolo osceno […] ed in pendenza penale dello stesso è stato mantenuto il sequestro delle copie positive del film nella versione sfruttata dalla PAC, che è quella autorizzata dal Ministero.io, caligola
La Felix Cinematografica, proprietaria ed esclusiva titolare di tutto il materiale sensibile negativo e positivo mai utilizzato nella versione sottoposta a sequestro […], ha realizzato una separata edizione e versione del tutto distinta dalla precedente per diversità, originalità e montaggio fotogrammi per quanto attinente il “corpus meccanicum” (comprendente anche materiale di repertorio), nonché per essere stati innovati tutti gli elementi costitutivi dell’opera collettiva quali:

 
Il titolo
2) Rimontaggio positivo s.c. (ad opera di Micarelli)
Commento musicale seconda edizione (ad opera di Renzo Rossellini)
Rimontaggio colonna musica
Registrazione effetti sala
Rimontaggio effetti speciali
Deve dunque ritenersi che l’opera, così come realizzata, deve intendersi un “quid novi” rispetto a quella oggetto di sequestro».
Rossellini naturalmente omette di dire che in molti stati esteri Caligola ha suscitato le medesime reazioni indignate dell’Italia: negli Stati Uniti ad esempio il viceprocuratore generale di Fulton (Georgia), Mc Cauliff, ne chiese a gran voce il sequestro e la distruzione delle copie e con lui la “Morality Media Inc.”, l’associazione nazionale statunitense contro l’oscenità nel cinema.
Il 4 gennaio 1984 comunque la V Sezione di Revisione Cinematografica invia un telegramma al Gabinetto dell’Onorevole Ministro dove, riassumendo in sintesi le vicende del film, chiede  se sia possibile o meno accogliere la domanda presentata da Rossellini: «Data la complessità della materia si rimette l’esame del caso alla valutazione di codesto Ufficio di Gabinetto e si resta in attesa di conoscere se sia ammissibile l’esame di una seconda edizione del film nel presupposto che sarà verificato a suo tempo dalla competente Commissione che trattasi di materiale filmico diverso da quello oggetto del provvedimento di confisca».
La risposta positiva arriva poco dopo dall’Ufficio Legislativo del Ministero dello Spettacolo: «Ritengo che non vi sia alcuno ostacolo giuridico a consentire la presentazione dell’opera al visto censura. Sia che l’opera si intenda quale rielaborazione sia, a maggior ragione, che la si intenda quale opera nuova […]. Sarà compito esclusivo della Commissione designata a decidere se verificare o meno la corrispondenza del contenuto dell’opera presentata al film Caligola».
La notizia che la domanda del visto è stata accolta infastidisce sia gli amministratori della PAC che quelli della Penthouse, i quali, tramite l’avvocato Gianni Massaro, cercano vanamente di far bloccare la pellicola. «Vi significo formalmente che i miei assistiti», scrive l’avvocato il 20 gennaio 1984, «non hanno mai acconsentito né acconsentono ad alcuna manipolazione della originale versione e del residuo materiale del film Caligola, né alla realizzazione di altra versione del film stesso che, a quanto pare, sarebbe stata approntata e presentata nel più assoluto riserbo dalla Felix Cinematografica per l’ottenimento del nulla osta […]. I miei assistiti predetti si oppongono, pertanto, riservandosi ogni azione, alla revisione cinematografica per l’ottenimento del visto censura per qualsiasi eventuale nuova edizione del film Caligola, che nella sua versione originale è ancora sottoposto al giudizio del magistrato penale».

Gli appelli delle società vengono pressoché ignorati e il 16 marzo 1984 Io, Caligola viene sottoposto al giudizio della VII Commissione di primo grado, che alza però bandiera bianca, ammettendo l’incapacità di determinare nello specifico la difformità della copia presentata rispetto a quella sottoposta a sequestro.
Il 23 marzo 1984 la stessa commissione visiona nuovamente il film e confrontandolo con la vecchia versione arriva a un giudizio:
«Visionato il film Caligola (versione originale), rilevato che alcune scene di questo (e in particolare quelle ritenute dalla Corte di Appello di Bologna del 28/4/’82 determinanti ai fini dell’individuazione della fattispecie delittuosa incriminata) non risultano nel film Io, Caligola […], procede alla votazione sulla questione preliminare della corrispondenza o meno dell’opera presentata al film Caligola […]. A maggioranza la Commissione ritiene che il film oggetto di esame non sia corrispondente alla versione originale (film Caligola) sì da precluderne l’esame ai fini della concessione del n. o.».
Alcuni membri contestano il rilascio del visto: il dr. Maccagatta e con lui lo sceneggiatore Giovanni Simonelli, presente in Commissione, rilevano come la nuova versione «ripete nella sostanza e per gran parte anche nei particolari la precedente pellicola, il cui ethos rimane immutato, ethos al quale si è senza dubbio rifatta la sentenza della Corte di Appello di Bologna».

caligola film

Il rilascio del nulla osta di programmazione viene quindi subordinato al taglio di diverse scene e inquadrature, per un totale di 177,40 metri. Di seguito vi proponiamo l’elenco così come riportato nel verbale della seduta:
1° Rullo:
Scena in piscina, membro del senatore
Scena in piscina, Tiberio vestito di rosso tra i suoi cortigiani
Scena in piscina, donna che si rivolta nell’acqua
Scena in piscina, Tiberio vestito di bianco parla con Caligola
Scena in piscina, vestizione di Tiberio
Scena in piscina, al termine della vestizione abbraccio tra Tiberio e Caligola
Tiberio e Caligola camminano tra i cortigiani intenti in attività sessuali
Scena di orgia dei cortigiani
Seconda scena di orgia dei cortigiani

2° Rullo:
Caligola e Tiberio fra esseri umani mostruosi; uomo cavallo e altri mostri fra cui la donna con tre occhi
Corpo di donna uccisa, nuda, che viene riposta a terra e altre scene di persone nude a terra o impalate e crocifisse
Uomini che si lavano col fango
Donna nuda che lava per terra
Torture varie

3° Rullo:
Scena di Caligola che orina

4° Rullo:
Caligola sodomizza Cesonia, sua futura sposa
Scena del gioco del taglio della testa nello stadio
Taglio di una testa ravvicinato
Taglio di una testa in lontananza
Matrimonio di Lidia e Proculo: scena dello stupro dei due sposi da parte di Caligola

6° Rullo:
I cani mangiano il pene di Proculo ucciso
La testa del bambino fuoriesce dal corpo di Cesonia che partorisce
Caligola bacia il corpo della sorella morta

7° Rullo:
Scena del bordello sul galeone: negro che balla, donna nuda ripresa da dietro in atti sessuali.
Il 29 marzo 1984 Io, Caligola ottiene il visto di censura e due giorni dopo esce nelle sale.
Un’uscita a tambur battente: si parla di oltre ottanta copie distribuite in contemporanea e la pubblicità sui giornali promette emozioni forti. Ma l’inghippo si scopre presto: «Non date retta alla pubblicità», scrive Michele Anselmi sulle pagine del quotidiano L’Unità, «questo Io, Caligola non è “il film che avreste voluto vedere e che non avete mai visto”. È soltanto una scaltra operazione commerciale orchestrata da Franco Rossellini produttore e proprietario del proibitissimo film sul “folle” imperatore romano che uscì sugli schermi italiani nel 1979 per restarvi, grazie alla solita denuncia per oscenità, solo due giorni e mezzo […]. Intendiamoci, fa sempre piacere registrare la sconfitta dei bacchettoni che pretendono di salvaguardare il cosiddetto “comune sentimento del pudore”, ma nel caso di Caligola le cose stanno in un modo un tantino diverso. Perché il film che da sabato circola in mezza Italia […] col titolo un po’ cambiato (c’è un Io in più) e distribuito dalla sfibrata Gaumont non è esattamente il Caligola che conosciamo e che provocò lo scandalo e la conseguente messa al bando. All’edizione attuale mancano per l’esattezza 40 minuti […]. Dei tagli la pubblicità non parla ovviamente».
Nello stesso articolo Anselmi si sofferma sulle reazioni degli spettatori accorsi in sala: taluni sbadigliano, altri sghignazzano; e sottolinea come il film, senza le scene che lo hanno reso celebre, sia una sorta di scatola vuota, privo di mordente e di interesse.
Ma il Procuratore Capo di Forlì, Mario Angeletti, il 3 aprile 1984 ne ordina lo stesso il sequestro su tutto il territorio nazionale per «la palese oscenità nel suo complesso con reiterazioni di immagini di rapporti sessuali anche innaturali, e scene raccapriccianti e di carattere violento».
Probabilmente al procuratore è bastato il titolo per emettere il mandato.
Franco Rossellini si dichiara «sdegnato» ai microfoni della stampa, giurando di non fare più film in Italia.
Come dargli torto?

3/Fine.

Caligula (1979) Part Two

The story of the censorship vicissitudes of Caligula continues (the first part was here)


Caligula had already proven controversial at the advance screening, which took place at the “Cinema Nuovo” theater in Meldola, a village near Forlì, on August 14, 1979.
A citizen, Ciotti Carmine, filed a formal complaint against the film. After viewing Caligula, the Investigating Magistrate of the Forlì Tribunal, Dr. Maria Grazia Ruggiano, decided to reject it, since she didn’t detect any element of criminal offense in the film.
«The author’s intent», the judge wrote in the verdict, displaying an enviable critical sensibility, «does not appear to be aimed at a faithful historical reconstruction, but rather at obtaining – through the provocative use of the visuals – a tension on the part of the viewer, in which violence and oppression are perceived with absolute immediacy. These are the excesses of a world which, losing its dignity, endorses its own end. […] It is in this atmosphere of violence and destruction that the raw orgy scenes find their artistic legitimacy […]. But the most significant sequence – for the exclusion of the “obscene” content for which the film would be punishable – is certainly the one of the caresses on Drusilla’s dead body. Shocking caresses which search, ask for, and seek not the pleasure, but the lost sense of life and death. For all that’s been observed so far, it can be therefore concluded […] that Caligula is a work of art […]. The admittedly long sequences of libido and unbridled sensuality find their own precise functional placement within the expressive language of the movie, and never appear as an end but as means which the author used to reach the artistic aim he pursued. As such, no censorship can be performed on the level of the criminal law, since there has already been taken administrative action to limit the film’s diffusion by forbidding it to those under 18 years old.»

caligola tinto brass

In November 1979 Caligula entered the normal distribution circuit in Italy. In Rome it was screened in six theaters, and had a tremendous success, despite the increased price of the ticket due to its length, which forced theater owners to schedule a lesser number of daily screenings.
The newspaper La Repubblica wrote on November 17: «30,000 viewers in Rome in a weekend, and almost 10,000 in Catania. 50 million lire grossed only in the Capital, on Saturday and Sunday. It’s a miracle. But even on Monday, it was all sold out.»
Newspapers reported of moviegoers being disgusted and getting sick because of the excessive gruesomeness of several scenes.
A few days later, two more complaints were presented to the Prosecutor’s Office in Rome: they had been filled by two right-wing MPs, Agostino Greggi and Aldo Sebastiani, both belonging to the neo-fascist party MSI (Movimento Sociale Italiano, “Italian Social Movement”).
Sebastiani, in his complaint, claimed that he the film featured «the most horrid and obsessive representation of genitals… a plethora of indecent images and slogans which continually hammer folk psychology and excite its morbid curiosity, its lower feelings, its most ignoble reactions. […]. Pornography is an incitement to malice, to delinquency, to the already rampant mental alienation.»
Greggi – a former member of the Democrazia Cristiana party who had been elected for MSI that year – had already distinguished himself with his battle against the “fumetti neri” in the 1960s and with some fervent moralizing campaigns, to the point that Alberto Sordi took him as inspiration to play the lead character in the satiric comedy Il moralista (1959, Giorgio Bianchi).
Regarding Caligula, Greggi asked «how the Board of Censors could have watched the film without reacting», and demanded, provocatively, the abolition of all censorship and the total liberalization of cinema, with a specific parliamentary question. «But Greggi, with a master move, also asks to abolish all the State benefits that the law offers since 1965 and will be granted until 1998», noted the newspaper Paese Sera. «No, this is not the way», the article continued. «What Greggi proposed is an even subtler form of censorship: to prevent anyone from making films which he and Sebastiani label as “morbid”, the chance to make movies would be abolished to everyone; that’s a way of declaring themselves egalitarian.»
As per practice, the complaints caused the film to be seized nationally, by order of the Prosecutor of Rome Giancarlo Armati, on November 16, 1979. The act was motivated by the «insistence and extension of certain scenes which go beyond historical interpretation of the moment, and display a character of obscenity in an autonomous way to the story.»
The producers’ reactions were immediate. Rossellini told the newspapers that it was impossible to develop a theme faithfully without adhering to the customs and uses of the historical period in which the action takes place. «No additions have been made to the film after the Board approved it», the producer claimed. «Caligula, in its grandioseness, is a historical reconstruction of an age which didn’t have the moral limits of our time. Even in their more austere days, in the beginning of their political and social evolution, the classic Greek-Roman tradition and the whole Mediterranean civilization had a very relative sense of decency. There was no offense in the pure and simple exhibition of nudity. In frescos and vases we can find love scenes depicted without any concern for obscenity. […]. More so in the period of decadence, scenes of orgies were frequent and were part of a historical context which in this film could not be faked without destroying the true content of the character of Caligula, with his rebellion against the court that surrounded him and the fake and treasoning world that had been revealed to him.»

caligola film

On December 15, 1979, the General Prosecutor in Bologna decided to prosecute the case and summoned the defendants before the Tribunal of Forlì, for the trial to take place with “giudizio direttissimo” (direct trial). The defendants were Franco Rossellini (producer), Tinto Brass (director), Luigi Lirici (attorney for PAC), Raffaele Landi (distributor for the region of Emilia Romagna), Pietro Bregni (administrator for PAC): all of them were accused according to article 528 and 110 of the Penal Code, that is, obscenity and contribution in the making of an obscene spectacle.
The serious accusations levelled against the film were the following: «Obscene content and the reproduction of orgiastic collective scenes, featuring shots, also in close-up, which describe sexual intercourse, oral coitus, lesbian cunnilingus, male and female masturbation with introduction of fingers in a woman’s vagina, with repeated displays of genital organs, sodomizations, emasculations, rape and necrophilia.»
Rossellini asked that the film be released from seizure, and declared that he was willing to obscure the more controversial footage, but the Judge of the Forlì tribunal, with a verdict dated April 28, 1980, accepted the prosecutor’s requests, judging Caligula to be devoid of any artistic content and condemning Rossellini and Lirici to four months’ imprisonment and the payment of a 400.000 lire fee in addition to procedural costs; on the other hand, he acquitted Brass, Landi and Bregni for not having committed the crime.
Brass’ acquittal was thus argued: «Brass Tinto Giovanni: he is a defendant in the capacity of “director” of the film and for having directed the “shooting of all sequences.” Brass disputed both counts of his indictment. In fact, he has disowned the film, and even taking legal action, since he was excluded by the producers during the sensitive editing phase and the preparation of the “final draft” of the film. Moreover, Brass denied having directed all the footage, and claimed that some inserts featured in Caligula were filmed directly by the producer, and Rossellini himself confirmed this version. The defendant strongly denied that he was the author of the sequences because these […] are the result of editing work. And it is in fact through its arrangement in a certain order, that the filmed footage becomes part of a sequence and assumes the desired meaning. […] The images that were shot have a “neutral” nature, and are not destined immediately to the public screening, but they must be selected and used to edit the film that will be screened to the audience. Therefore, the editing is the moment of creative choices, which qualify the work as it will appear on the screen; it is the choice of which shots to use, which sequences to drop, which length each shot will have, the juxtapositions, counterpoints, etc… which drastically condition the final result. Brass actually shot 160,000 metres of film, and from this footage, scenes were edited and arranged to form the final edition of the film. It is therefore evident that, with the conspicuous material available, several very different films in terms of edits, approaches or purpose could have been “assembled”.»
On November 21, 1980, the Bologna Court of Appeal annulled the first instance ruling and the verdict against Rossellini and Lirici, reinstated the proceedings before the Tribunal of Forlì for a new trial against them and ordered the suspension of the trial against the other defendants. But the General Prosecutor promptly appealed against the judgment, and on May 12, 1981 the Court of Cassation incredibly annulled the verdict made by the Court of Appeal for breach of law, and returned the case to another section of the Court for a new trial.
On April 28, 1982, the new section of the Bologna Court of Appeal confirmed the seizure of Caligula. It underlined «the extreme obscenity – in the literal meaning of the term, which connotates lecherous, indecent acts or objects, to the point that they are irrepresentable or tarnish the dignity of man – of the overwhelming majority of the film», and ventured into a minutious description of the more risqué sequences, including the one between the two lesbians (Anneka Di Lorenzo and Lory Wagner) which should have been absent in the film, but which was actually included. A demonstration that, contrarily to what Rossellini claimed, the cuts demanded by the Board of Censors had been reinstated before the theatrical release.
As if it were not enough, the judge now condemned the director as well, systematically dismantling all the arguments that had determined his acquittal in the previous grade of judgment. «It is precisely Tinto Brass whom we accuse, specifically, to have directed the shooting of all the sequences in the film, an activity that concerns precisely the moment of production of the obscene film itself […]. In other words, his responsibility was shaped in the moment in which he produced the material (the shooting) with the obvious awareness of its characteristics and its natural destination, and then he placed it at the disposal of the editor or the producers.»
On the other hand, the charges against Rossellini and Lirici were dropped.
The definitive verdict was pronounced by the Supreme Court of Cassation in February 1984. Even though the sentence against Brass was annulled, because of the principle that «the director who has been ousted during an essential phase of the making such as editing, cannot be held criminally liable for the film being judged obscene», the seizure of the film was definitively confirmed, with the motivation that «the viewer cannot grasp any significant message other than the solicitation of the most degraded sexual instincts.»
All the 12 circulating copies of Caligula were therefore destroyed by order of the judge, and the version released for just a few days in Italian cinemas in 1979 would never be seen again in the country.

2/Continues

Special thanks to Peter Jilmstad

Caligola di Tinto Brass (1979) Seconda Parte

Prosegue il racconto delle vicissitudini censorie di Caligola (la prima parte qui).


Caligola suscita scandalo fin dall’anteprima di prova, avvenuta presso il “Cinema Nuovo” di Meldola, una località del Forlivese, il 14 agosto 1979.

Un cittadino, Ciotti Carmine, sporge denuncia contro la pellicola. Il Giudice Istruttore del Tribunale di Forlì, la dott.ssa Maria Grazia Ruggiano,  presa visione dell’opera, dispone l’archiviazione della pratica, non rilevando nella pellicola estremi di illecito penale.
«L’intento dell’autore», scrive il giudice nella sentenza dimostrando un’invidiabile sensibilità critica, «non appare rivolto a una fedele ricostruzione storica ma piuttosto ad ottenere – attraverso l’uso spregiudicato  del mezzo visivo – una tensione dello spettatore in cui violenza e sopraffazione vengano percepite con assoluta immediatezza. Gli eccessi di un mondo che, perdendo dignità, sancisce la propria fine […]. È in questa atmosfera di violenza e distruzione che trovano legittimazione artistica le scene crude delle orge […]. Ma la sequenza più significativa – ai fini dell’esclusione dell’”osceno” penalmente perseguibili sull’opera sottoposta ad esame – è certo quella delle carezze sul corpo morto di Drusilla. Carezze sconvolgenti che frugano, che chiedono, che cercano, non il piacere ma il senso perduto della vita e della morte. Per quanto finora osservato può dunque concludersi, confermente alle richieste del P.M., che Caligola è opera di arte (art. 529 cap c.p.). Le pur lunghe sequenze di libidine e di sfrenata sensualità trovano una loro precisa collocazione funzionale nell’economia espressiva dell’opera, non apparendo mai fine bensì mezzo di cui l’autore si è avvalso per ottenere l’oggetto artistico perseguito. E come tali ad esse nessuna censura può muoversi sul piano della liceità penale, essendosi tra l’altro provveduto in via amministrativa a limitarne la diffusione nei confronti dei minori degli anni 18».
Nel mese di novembre Caligola entra nei normali circuiti di programmazione. A Roma, dove è in cartellone in sei sale, ottiene uno straordinario successo, nonostante il costo maggiorato del biglietto dovuto alla durata, che costringe i gestori a ridurre il numero di spettacoli giornalieri.
Scrive La Repubblica il 17/11/’79: «Trentamila spettatori a Roma nel giro di un week-end e a Catania quasi diecimila. Cinquanta milioni di incasso solo nella Capitale sabato e domenica. Che è un miracolo. Ma anche lunedì, giorno di stanca, non si trovava posto».
Nelle pagine dei quotidiani si parla inoltre di spettatori disgustati e malesseri dovuti all’eccessiva crudezza di alcune scene.
A pochi giorni dall’uscita, due nuove denunce vengono presentate alla Procura di Roma: sono quelle di due deputati di destra, l’onorevole missino Agostino Greggi e l’avvocato Aldo Sebastiani, quest’ultimo presentatosi alle elezioni nelle liste del MSI.
Sebastiani, nel suo esposto, scrive di aver ravvisato nel film «la rappresentazione più orrenda e ossessiva degli organi genitali… una ridda di immagini e slogan indecenti che martellano continuamente la psicologia popolare per eccitarne la curiosità morbosa, i sentimenti più bassi, le reazioni più ignobili […]. La pornografia è un incitativo al malcostume, alla delinquenza, all’alienazione mentale già dilagante».

caligola tinto brass

Greggi – ex democristiano eletto tra le fila del partito di Almirante nel 1979 – si era distinto per la battaglia contro i fumetti neri negli anni ’60 e per le accese campagne di moralizzazione dei costumi (al punto che Sordi si ispirò a lui per interpretare il personaggio del film Il moralista di Giorgio Bianchi).

A proposito di Caligola, l’onorevole si domanda «come la commissione censura possa aver assistito al film senza reagire», e chiede, a sorpresa, l’abolizione di tutte le censure e la totale liberalizzazione del cinema, presentando apposita interrogazione parlamentare. «Ma Greggi», scrive un articolista di Paese Sera, «con una mossa da maestro, chiede anche di abolire tutti i benefici statali che la legge elargisce dal 1965 ed elargirà fino al 1998».
«No, non ci siamo», continua il giornalista, «quella proposta da Greggi è una forma di censura ancora più sottile: per impedire che qualcuno faccia film che lui e l’avvocato Sebastiani trovano “morbosi” si abolisce per chiunque la possibilità di fare film; è un modo come un altro per dichiararsi egualitari».
Come da prassi, le denunce presentate fanno scattare il sequestro del film su tutto il territorio nazionale, ordinato dal Procuratore di Roma Giancarlo Armati in data 16 novembre 1979 e motivato dall’«insistenza e il prolungarsi di certe riprese che vanno al di là dell’interpretazione storica del momento, manifestando in forma autonoma rispetto alla vicenda un carattere di oscenità».

caligola locandina 2

Le reazioni dei produttori non si fanno attendere. Rossellini in particolare racconta ai giornali l’impossibilità di sviluppare fedelmente un tema senza attenersi ai costumi e agli usi del periodo storico in cui l’azione si svolge.
«Nessuna aggiunta è stata fatta al film dopo la rituale approvazione della censura», dichiara il produttore; «Caligola nella sua grandiosità è una ricostruzione storica di un’epoca nella quale non c’erano le limitazioni di costume del nostro tempo. La tradizione classica greco-romana ed anche quella di tutta la civiltà del Mediterraneo avevano anche nei tempi più austeri dell’inizio della relativa evoluzione politico sociale, un sentimento di pudore molto relativo. Nessuna offesa era costituita dalla esibizione pura e semplice della nudità. Negli affreschi e nei vasi di queste varie civiltà scene di amore sono rappresentate senza nessuna preoccupazione di oscenità […]. In maggior ragione nel periodo della decadenza scene di orge erano frequenti e facevano parte di un quadro storico che in questo film non poteva essere falsificato senza distruggere il vero contenuto del personaggio di Caligola con la sua ribellione contro la corte che lo circondava e il mondo falso e traditore che gli si era venuto rivelando».
Il 15 dicembre 1979 la Procura Generale della Repubblica di Bologna avoca a sé la cognizione del processo e ordina la citazione davanti al Tribunale di Forlì, con rito direttissimo, degli imputati Franco Rossellini (produttore), Tinto Brass (regista), Luigi Lirici (legale rappresentante della PAC), Raffaele Landi (distributore per l’Emilia Romagna), Pietro Bregni (amministratore della PAC): tutti accusati degli articoli 528 e 110 cp, ovvero oscenità e concorso nella realizzazione di spettacolo osceno. Le gravi accuse rivolte all’opera sono: «Contenuto osceno e riproducente scene orgiastiche collettive con riprese, anche in primo piano, descrittive di accoppiamenti sessuali, di coito orale, di cunnilinguo tra lesbiche, di masturbazione maschile e femminile con introduzione delle dita nella vagina della donna, con ostentazione degli organi genitali in ripetute sequenze, di sodomizzazioni, di evirazione, di violenza carnale e di necrofilia».
Rossellini chiede a gran voce il dissequestro dell’opera, dichiarandosi disposto a oscurare gli spezzoni più crudi, ma il giudice del Tribunale di Forlì, con sentenza del 28 aprile 1980 accoglie le richieste del PM, giudicando il film privo di contenuti artistici e condannando Rossellini e Lirici a quattro mesi di reclusione e al pagamento di lire 400.000 di multa oltre le spese processuali; assolve invece Brass, Landi e Bregni per non aver commesso il fatto.
L’assoluzione di Brass dal suo capo d’accusa è così argomentata: «Brass Tinto Giovanni: è imputato nella sua qualità di “regista” del film e per aver diretto le “riprese di tutte le sequenze”. Il Brass ha contestato l’uno e l’altro dei presupposti della sua incriminazione. Egli infatti ha disconosciuto in epoca non sospetta, anche intraprendendo azioni giudiziarie, la paternità del film per essere stato escluso dalla produzione della delicata fase di montaggio e di “stesura” finale del film. Inoltre il Brass ha negato di aver diretto tutte le riprese, sostenendo che alcuni inserti che compaiono nel Caligola sono stati girati direttamente dalla produzione e lo stesso Rossellini ha confermato tale versione. L’imputato ha contestato decisamente di essere stato autore delle sequenze perché queste […] sono il risultato dell’operazione di montaggio. Ed è infatti attraverso la sistemazione in un determinato ordine che le riprese diventano sequenze ed assumono il significato voluto […]. Le riprese, e cioè le immagini girate, hanno natura “neutra” e non sono destinate immediatamente alla proiezione in pubblico, ma ad essere selezionate ed utilizzate per montare il film da proiettare in pubblico. Il montaggio dunque è il momento delle scelte creative , qualificanti dell’opera così come essa apparirà sugli schermi, è la scelta delle inquadrature da usare, delle sequenze da scartare, della durata da dare ai piani, delle giustapposizioni, dei contrappunti ecc…che condizionano drasticamente il risultato finale. Il Brass invero ha girato 160.000 metri di pellicola e da questi sono stati estratti e ordinati i metri che compongono l’attuale edizione del film. È chiaro pertanto che con il copioso materiale a disposizione potevano essere “confezionati” parecchi film con taglio, impostazione o finalità estremamente diversi fra loro».
Il 21 novembre 1980 la Corte di Appello di Bologna dichiara la nullità del giudizio di primo grado e della sentenza nei confronti di Rossellini e di Lirici, rimettendo gli atti al Tribunale di Forlì per la rinnovazione del giudizio nei loro confronti e disponendo intanto la sospensione del processo nei confronti degli altri imputati. Ma sollecitata dal pronto ricorso del Procuratore Generale, che denunciava la violazione degli articoli 502 e seguenti del c.p.p. in relazione all’articolo n. 3 dello stesso codice, la Corte di Cassazione, con sentenza datata 12 maggio 1981 annulla incredibilmente la sentenza della Corte di Appello per violazione di legge, rinviando il provvedimento ad altra sezione della stessa per un nuovo giudizio sulla pellicola.

caligola film

La nuova sezione della Corte di Appello di Bologna, il 28 aprile 1982, conferma la confisca del film, sottolineando «l’estrema oscenità – nell’accezione lessicale del termine, connotante atti od oggetti lubrici, indecenti, sino al punto da essere irrappresentabili o da giungere ad infangare la dignità dell’uomo – della stragrande maggioranza dell’opera filmica in esame», e dilungandosi nella descrizione minuziosa delle sequenze più spinte, tra cui quella delle due lesbiche (Anneka Di Lorenzo e Lory Wagner) che doveva essere assente, ma che in realtà è presente. A dimostrazione che il film, contrariamente a quanto sosteneva Rossellini, era stato reintegrato dei tagli di censura prima della distribuzione in sala.
Come se non bastasse, il giudice condanna ora anche il regista, smontando sistematicamente tutte le argomentazioni che avevano determinato la sua assoluzione nel precedente grado di giudizio: «Proprio al Tinto Brass si contesta, specificatamente, di avere diretto le riprese di tutte le sequenze del film, che è attività che riguarda appunto il momento della fabbricazione del film osceno, il cui fine naturale è quello della pubblicazione e della fabbricazione […]. In altri termini, la sua responsabilità si è conformata negli istanti in cui egli ha prodotto il materiale (le riprese) con la ovvia consapevolezza e delle caratteristiche di esso e della sua naturale destinazione, ponendolo di poi a disposizione del montatore o, comunque, della produzione».
Decadono invece i capi d’accusa contestati a Rossellini e Lirici per estinzione del reato a seguito di amnistia.
La sentenza definitiva viene pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione nel febbraio 1984: pur annullando la condanna nei confronti di Tinto Brass affermando il principio «che non può essere ritenuto responsabile penalmente del film giudicato osceno, il regista che sia stato estromesso durante una fase essenziale della lavorazione come il montaggio», viene confermata la confisca definitiva dell’opera, ritenendo che in essa «lo spettatore non possa cogliere un qualche significativo messaggio diverso dalla sollecitazione dei più degradati istinti sessuali».
Tutte le copie positive (12 in tutto) di Caligola vengono quindi distrutte per ordine del giudice, e l’edizione uscita per qualche giorno al cinema nel 1979 non si vedrà mai più in Italia.

2/continua

Caligula (1979) Part One

The genesis and filming of Caligula, which Tinto Brass started shooting in September 1976 for producers Bob Guccione and Franco Rossellini, based on a script written by Gore Vidal, are notorious. But its censorship vicissitudes were nothing short of an ordeal that went on for years. We will discuss them thoroughly in this three-part essay.

Caligula represents the ultimate result of an extreme season in Italian cinema: a big-budget epic, produced by a world-famous adult brand (Bob Guccione was the founder and publisher of Penthouse) and written by one of the most prestigious writers around, Gore Vidal. It would combine high and low, culture and cum, famous film stars (Malcolm McDowell) and Shakespearean thespians (Peter O’Toole, John Gielgud) on the one hand, and nudity and explicit sex on the other.
Caligula was born as a film of contrasts. To Vidal, the story of the Roman emperor who became notorious for his madness and cruely «should be the first realistic study of the Roman Empire ever put on screen», but Tinto Brass – chosen by Bob Guccione after John Huston’s rejection and preferred to Lina Wertmüller created an abstract, stylized Rome, colorful even at its most atrocious, reminiscent of of Fellini-Satyricon but more Pop, and therefore anachronistic, almost musical-like. caligola malcolm mcdowell
In its grandiose artificialness, Caligula’s Rome works as yet another, perhaps unconscious, allegory and parody of Cinecittà, which by then was already in disarray. Brass’s film is an ideal evil twin of Mankiewicz’s Cleopatra, a sign of the end of an era, and likewise surrounded and followed by a small bunch of low-budget productions which, like parasites, fed on its waste and lived in its shade.
Shooting didn’t go smoothly. In an interview for Time Magazine, Vidal labeled directors as parasites, and Brass got so furious that he asked Guccione to remove the writer from the set. The protagonist Maria Schneider left the film because of the many erotic scenes, and was replaced by Teresa Ann Savoy. The shooting plan concocted by Guccione and Franco Rossellini turned out to be inadequate, and art director Danilo Donati had to change and simplify the elaborate original set design, with markedly theatrical results, while Brass improvised new sequences (such as the opening one with McDowell and Savoy in the woods) so as not to waste time and money. The director made extensive changes heavily on the original script, and at the end of the shooting Vidal distanced himself from the result, labeling it «easily one of the worst films ever made»[1]; he also overturned his initial judgment on Brass’s work: Salon Kitty, which the writer had initially praised in its full version, received the same brand of infamy as Caligula.
Caligula was finally submitted to the Board of Censors on July 9, 1979, in a copy of 4151 metres, divided in 8 reels, for a running rime of 2 hours, 31 minutes and 19 seconds. It was presented by Francesco Orefici of Felix Cinematografica s.r.l., a production and distribution company headed by Davide Costa and Franco Romano Rossellini.
However, the request for the censorship visa riseked to remain stalled, since the film seemed to have been legally blocked by the Praetor (magistrate) of Rome, Giovanni Giacobbe[2]. A note dated July 10, 1979 and sent to the 5th Cinematographic Division at the Ministry of Spectacle read:
«We thereby inform the division that, as of today, this office is informed of a pending civil lawsuit regarding the prohibition of the use of the material shot for the film in question, and the issue of an order from the Praetor of Rome, dated July 7, 1977, which inhibits Felix Cinematografica from said use. The writer is unaware of any further court decisions or traditional arrangements between the parties.»
In order to reconstruct the story mentioned in the papers, it is necessary to go back in time, and precisely to April 18, 1977, the date when Brass, who was then busy editing the film, received a letter of dismissal signed by Bob Guccione. The producer was dissatisfied with the work done so far, and wanted to export the film footage from Rome To London, and entrust the editing to a technician of his confidence.
«Guccione doesn’t like the film at all», Irene Bignardi wrote in La Repubblica, «because, that’s Brass’s explanation, it wasn’t shot according to the “Penthouse” aesthetics, that is, sex “Grand Hotel”-style[3] adjourned to the 1970s permissiveness, and aimed at a petit-bourgeouis and voyeur audience.» And, as Brass himself remarked, «my film, which brings to its extreme consequences the logic of power through the story of a character, Caligula, who could dismantle its institutions, is not enough glossy, not “obscene” enough.»
However, the director did not accept the dismissal passively, and through his lawyer, Golino, he sued Penthouse and Felix Cinematografica, demanding the film to be seized. In August 1977, the Court of Rome accepted the director’s demands: the production companies could not use the material filmed by Brass, and the author was the only one capable of completing the editing. Nevertheless, as some articles noted, the ruling was nothing more than a compromise, because it affected only the countries which signed the Berne Convention on copyright, but had no effect on other territories, where Guccione could safely release his own version of Caligula.
In short, the ruling basically damaged only the Italian companies, Felix and Pac, the latter entitled to distribute the film in Italy. After the Judge of the Second Section of the Civil Court of Rome, Ragusa, rejected the producers’ request to revoke or modify the ordinance with an injunction, Felix Cinematografica ran to shelter and settled an agreement with Brass. caligola teresa ann savoy
As Franco Rossellini wrote to the “Ministero dello Spettacolo” (Ministry of Spectacle), on July 12, 1979, reassuring the Board on the legitimacy of the application for a certificate from the board of censors:
«Our company, on the basis of the court order, repeatedly asked Mr. Brass to complete the work, and, in the absence of collaboration, sued him in Court so that he would fulfill his committment. Subsequently, in the last month of May, a mutual agreement was reached and both parts agreed to renounce to the ongoing judgments. Therefore the situation between us and the director is now completely settled, with mutual satisfaction.».
Caligula could therefore be reviewed by the Board, and, contrary to all previsions, the 7th Section of the First Instance Committee did not reject the film, but requested only two cuts be performed, acknowledging the film’s artistic value: «The Board notes that the sex and erotic scenes, albeit extremely raw and violent in their expressiveness, manage to be—with the exception of the two which are requested to be cut—absorbed by the significance of the context itself.»
The cuts affected «the lesbian intercourses of the two woman who look through the hole in the wall and the final fellatio», for a total of 22 metres (about 47 seconds).
It looked like the end of a stalemate, but it was just the beginning of the ordeal.

Notes:
[1] “Will the real Caligula stand up?,” Time Magazine, January 3, 1977.
[2] In Italy, until 1998, Praetor was a magistrate with particular duty (especially in civil branch).
[3] Grand Hotel was a popular Italian photonovel magazine.

1/continues

Special thanks to Peter Jilmstad

Caligola di Tinto Brass (1979) Prima Parte

Se già la genesi e la lavorazione di Caligola, il film che Tinto Brass inizia a girare nel settembre 1976 per i produttori Bob Guccione e Franco Rossellini sulla base di un copione di Gore Vidal, sono proverbiali, le vicissitudini censorie che attenderanno l’opera sono tali e tante da costituire un vero e proprio caso di scuola, una via crucis laica che si protrarrà per anni. Ce ne occuperemo in tre distinte puntate.

caligola teresa ann savoyCaligola rappresenta il frutto ultimo di una stagione estrema del nostro cinema: un kolossal griffato «Penthouse» (di cui Guccione è il fondatore e l’editore) e con il marchio di qualità di Gore Vidal, che unisce alto e basso, culi e cultura, una star come Malcolm McDowell e attori scespiriani come Peter O’Toole e John Gielgud accanto a frammenti hard.
Se per Vidal la storia dell’imperatore passato alla storia per la sua follia e crudeltà «dovrebbe essere il primo studio realistico dell’Impero Romano mai girato», La Roma di Tinto Brass – scelto da Bob Guccione dopo il rifiuto di John Huston e preferito a Lina Wertmüller è astratta, stilizzata, coloratissima anche quando è feroce e atroce, memore della lezione del Fellini-Satyricon ma già più pop, e dunque anacronistica, quasi da musical.
Ma nella sua grandiosa artificiosità, la Roma di Caligola funziona come ennesima (inconsapevole?) allegoria/parodia di una Cinecittà allo sbando: e il film di Brass è un ideale gemello diverso/perverso del Cleopatra di Mankiewicz, come quest’ultimo segno della fine di un’era, e al pari contornato e seguito da un nugolo di piccole produzioni che come parassiti si cibano delle sue scorie e vivono nella sua ombra.
La lavorazione non fila certo liscia. In un’intervista a “Time” Vidal definisce i registi dei parassiti, causando l’ira di Brass che lo caccia dal set. La protagonista Maria Schneider abbandona il film a causa delle numerose scene erotiche ed è sostituita da Teresa Ann Savoy.

Il piano di lavorazione approntato da Guccione e Franco Rossellini si rivela inadeguato, e lo scenografo Danilo Donati deve cambiare in corsa, semplificando gli elaborati bozzetti originali (con risultati di stampo marcatamente teatrale), mentre Brass improvvisa nuove sequenze – come quelle introduttive con McDowell e la Savoy tra i boschi – per non perdere tempo e denaro, e interviene pesantemente sul copione originale. A fine riprese, Vidal prenderà le distanze dal risultato, definendolo «easily one of the worst films ever made» (Will the real Caligula stand up?, «Time Magazine», 3/1/1977), e ribaltando anche il giudizio iniziale sull’opera di Brass: Salon Kitty, di cui aveva inizialmente lodato il montaggio integrale, riceverà dallo scrittore il medesimo marchio d’infamia del Caligola.

Caligola arriva in revisione il 9 luglio 1979 in una copia di 4151 metri suddivisi in 8 rulli, corrispondenti a 2h 31’ 19’’. La presenta Francesco Orefici della Felix Cinematografica s.r.l., una compagnia di produzione/distribuzione amministrata da Davide Costa (amministratore unico) e Franco Romano Rossellini (procuratore generale).
La richiesta del visto rischia tuttavia di rimanere congelata, in quanto al Ministero dello Spettacolo risulta ancora il blocco del film disposto dal pretore di Roma Giovanni Giacobbe. Una nota siglata dal 1° dirigente e inviata il 10 luglio 1979 alla V Divisione Cinematografica avverte:
«Si informa contestualmente codesta divisione che ad oggi risulta allo scrivente ufficio la pendenza di una causa civile relativa al divieto di utilizzazione del materiale girato per il film in oggetto, e l’emanazione di un’ordinanza del Pretore di Roma che inibisce in data 7 luglio 1977 alla Felix la predetta utilizzazione. Lo scrivente non è al corrente di ulteriori possibili provvedimenti del giudice o accordi transativi tra le parti».
Per ricostruire la vicenda citata nei carteggi occorre tornare indietro nel tempo, precisamente al 18 aprile 1977, data in cui a Brass, all’epoca impegnato nel montaggio del film, viene recapitata una lettera di licenziamento firmata da Bob Guccione. Il produttore è insoddisfatto del lavoro svolto fino a quel momento e pretende di esportare il materiale filmato da Roma a Londra, per affidare il montaggio a un tecnico di sua fiducia.

caligola malcolm mcdowell

Il film a Guccione non piace proprio» scrive al tempo Irene Bignardi sulle pagine di “La Repubblica”, «perché, è la spiegazione di Brass, non è stato girato secondo l’estetica di “Penthouse”, e cioè il sesso di “Grand Hotel” aggiornato al permissivismo anni ’70 e destinato a un pubblico piccolo borghese e voyeur».
«No, il mio film, che porta alle estreme conseguenze la logica del potere attraverso la storia di un personaggio, Caligola, che poteva smontarne le istituzioni», lamenta dal canto suo Brass, «non è abbastanza in carta patinata, non è abbastanza “osceno”».
Il regista tuttavia non accoglie passivamente il licenziamento e tramite il suo legale, l’avvocato Golino, fa causa alla Penthouse e alla Felix Cinematografica, chiedendo il blocco del film. Nell’agosto 1977 il Tribunale di Roma dà ragione al regista: le società produttrici non possono utilizzare il materiale filmato da Brass e considerano l’autore l’unico idoneo a portare a termine il montaggio. La sentenza tuttavia, come notano alcuni articolisti, è nient’altro che «un compromesso», perché interessa solamente i paesi legati alla Convenzione di Berna sul copyright, ma non ha alcun effetto negli altri territori, dove Guccione può tranquillamente distribuire la sua versione del Caligola.
A essere danneggiate dalle disposizioni del giudice sono dunque solo le compagnie italiane Felix e Pac, quest’ultima titolare dei diritti di sfruttamento in territorio italiano. La società Felix, dopo che anche il giudice istruttore della seconda sezione del Tribunale Civile di Roma, dott. Ragusa, ha respinto la richiesta dei produttori di revocare o modificare con provvedimento d’urgenza l’ordinanza, corre ai ripari e cerca un accordo col regista. E lo trova, come scrive lo stesso Franco Rossellini al Ministero dello Spettacolo il 12 luglio 1979, tranquillizzando i funzionari sulla legittimità della richiesta del visto di censura:
«La nostra produzione, in attemperanza dell’ordinanza del giudice, ordinava ripetutamente al signor Brass di completare l’opera e in mancanza di collaborazione lo citava in Tribunale, affinché lo stesso adempisse al suo impegno. Successivamente nel mese di maggio u.s. si raggiungeva una comparizione bonaria della vertenza con reciproci obblighi dell’abbandono dei giudizi in corso. Pertanto la situazione tra noi e il regista è completamente sanata con reciproca soddisfazione».
Caligola può quindi essere revisionato e, contrariamente a ogni previsione, la VII Sezione della Commissione di primo grado, visto il film in data 19 luglio, chiede solamente due tagli, riconoscendo il valore artistico dell’opera: «La Commissione dà atto che le scene di sesso ed erotiche, pur estremamente crude e violente nella loro espressività, riescono ad essere, al di là di quelle di cui si propongono i tagli, assorbite nella significatività del contesto medesimo».
A cadere sotto le forbici sono, riportiamo testualmente, «i rapporti lesbici delle due donne che guardano dal buco del muro e le scene del “fellatio” [SIC] finali», per un totale di 22 metri di girato (47” circa).
Sembra lo sbocco di una situazione di stallo, e invece è solo l’inizio del calvario.

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