Il misterioso caso di Mr. Skerl

Il misterioso Mr. Skerl

bestialitàIl nome Peter Skerl evoca una delle figure più inafferrabili della nostra cinematografia di genere. Al suo attivo risulta negli annali una sola pellicola, famigerata e dalla paternità spesso disputata, Bestialità (1976), scritta da Luigi Montefiori e con protagonisti Leonora Fani, Juliette Mayniel, Enrico Maria Salerno e una giovanissima Ilona Staller.
Ecco l’oggetto del contendere. I titoli annunciano: «Un film di Peter Skerl, diretto da Virgilio Mattei». Le ipotesi si sprecano. Per alcuni, Peter Skerl è uno pseudonimo del montatore Virgilio Mattei (ma perché lo sdoppiamento?). Per altri, dietro quel bizzarro nome si nasconde l’aiuto regista Giuliana Gamba (che però negherà). C’è chi arriva a ipotizzare che dietro l’accoppiata Skerl/Mattei si celino la Gamba e Aristide Massaccesi, coinvolgendo l’incolpevole Mattei. Come il gatto di Schroedinger, insomma, Skerl c’è e non c’è.
Il misterioso caso Peter Skerl ricorda per alcuni versi quello di un altro illustre fantasma del cinema italiano, quel Warren Kiefer a lungo ritenuto null’altro che lo pseudonimo di un (inesistente) regista italiano, Lorenzo Sabatini. A confermare l’esistenza di Peter Skerl basterebbero le parole di chi l’ha conosciuto: un personaggio decisamente inusuale e interessante, a giudicare dal ritratto che ne ha fatto l’amico e collega Gianni Martucci sulle pagine di «Nocturno Cinema», a margine di un articolo dedicato all’elusivo cineasta sul numero di novembre 2009.[1] Di padre triestino (dirigente della farmaceutica Sandoz), nato a Belgrado nel 1942, quando la città cade in mano ai comunisti di Tito fugge con la madre e una sorella in Italia, dove chiede asilo politico, mentre il genitore viene arrestato e resterà in carcere per dieci anni: queste, almeno, le note biografiche su Skerl secondo Martucci.
Troviamo notizie di un Peter Skerl nelle cronache italiane per la prima volta a fine anni ’50: il 20 settembre 1959 porta in scena I derelitti, una sua commedia in un atto, al teatro Pirandello di Roma, con la compagnia “I Giovani Artisti” di cui è regista e primattore: ne fanno parte Elisabetta Skerl (la moglie), Piero Vivaldi, Gianni Bertoncini, Paola Palombo, Alberto Gandolfo. Le foto che lo ritraggono, visibili sul sito della Mediateca di Roma, ce lo mostrano imberbe, giovanissimo. Si tratta dello stesso Peter Skerl? Quasi certamente sì.

2Successivamente Peter si sposta in Svezia, il che farà sì che molti in seguito lo bollino come svedese. Lui stesso, del resto, si presenterà come tale. Ma torniamo a quello che racconta Martucci: «Come tutti gli slavi, aveva una facilità straordinaria nelle lingue: parlava un italiano, un inglese e un tedesco perfetti. Dopo sei mesi che stava in Svezia, mi chiese di raggiungerlo per mettere in piedi un lavoro teatrale». Skerl approda poi in Austria, dove assieme all’amico cerca di mettere in piedi dei film tramite una produzione cecoslovacca. Ricorda Martucci: «Avevamo scritto una storia di spionaggio, molto bella, spiritosa, per una coproduzione austriaco-cecoslovacca. A Bratislava – ricordo – quelli della cinematografia ceca ci misero a disposizione delle macchine per gli effetti speciali a un costo irrisorio.» Purtroppo l’invasione russa del 1968 costringe i due a lasciar perdere tutto.
L’esperienza austriaca non passa tuttavia invano. Assieme all’amico Martucci, Skerl scrive un copione giallo ambientato a Vienna e intitolato Prater-Schock. Il film, inizialmente pensato come coproduzione italofrancese tra la Compagnia Cinematografica e finanziaria—C.E.F., la Parva Cinematografica e la Compagnie Française Des Coproductions Internationales, verrà poi realizzato in Spagna, co-finanziato dalla Dauro Films e col titolo Ragazza tutta nuda assassinata nel parco (1972), per la regia di Alfonso Brescia. Resterà l’unico titolo ufficiale nel suo curriculum al di là della regia di Bestialità.
Da prendere invece cum grano salis la strombazzata collaborazione con Ingmar Bergman, presentata così a metà degli anni ’70 dal «Giornale dello Spettacolo»: «collaboratore di fiducia di Ingmar Bergman che ha assistito durante la lavorazione di parecchi dei suoi ultimi film e che ha curato anche la versione in lingua italiana di Scene da un matrimonio, debutterà nella regia proprio in Italia con il film Il segno sotto la pelle [titolo di lavorazione di Bestialità, NdA]».
Lo stesso Skerl dichiarava d’essere stato assistente di Bergman per L’ora del lupo e La vergogna, ma il suo nome non appare nei crediti di questi due film: perdipiù, altre sue affermazioni non trovano riscontro alcuno. Come del resto gran parte di quelle contenute in una rarissima intervista italiana datata all’incirca 1977-78 e realizzata dall’allora tredicenne Leopoldo Santovincenzo per una radio libera, e riesumata nel 2013 da «Nocturno Cinema». Skerl, che dichiara di essere in Italia da circa tre anni (discutibile: il copione di Prater-Schock è datato maggio 1971; e non dimentichiamo la parentesi teatrale italiana), sostiene di aver vinto per due volte consecutive un fantomatico “Festival scandinavo di Stoccolma” «come autore, regista, musicista, scenografo» e, dopo l’esperienza con Bergman («Adesso puoi camminare da solo», gli avrebbe detto il regista di Persona) di avere girato altri film in Svezia negli anni ’60, «non di stile internazionale, anche perché lì si finanzia Bergman “in bancarotta” […] Si possono fare dei film pornografici che diventano internazionali perché sono pornografici, tipo Vilgot Sjoman che ha fatto Io sono curiosa- Giallo, poi Io sono curiosa – Blu e adesso Taboo […]. Si possono fare dei film cosiddetti “nazionali”, io mi sono buttato a fare quelli, cioè quei film che non arrivano oltre i confini della Scandinavia […] Poi, sentendomi la Svezia stretta intorno […] volendo fare delle cose internazionali, una volta che mi hanno chiamato i tedeschi, sono andato a fare dei film in Germania e anche in Austria.»[2]
Si capisce che, in epoca pre-Internet, Skerl potesse millantare credito e inventasi una filmografia ad hoc, ma oggi certe bugie hanno le gambe corte. Ma di cosa parla esattamente Skerl quando allude a «quei film che non arrivano oltre i confini della Scandinavia»? Prodotti destinati al mercato svedese e mai esportati? O a qualcos’altro, cui può solo alludere confidando nel fatto che il tredicenne intervistatore non ha la malizia sufficiente per capire di cosa sta parlando, ossia qualche filmino porno girato in Svezia, dove la pornografia è stata legalizzata alla fine dei ’60? Mistero nel mistero. Di certo, di fronte all’imberbe Santovincenzo, Skerl si pavoneggia a tutto spiano, dandosi arie da Padreterno.
E si intuisce anche come, dipingendosi come compaesano del più intellettuale e rispettato dei registi europei e occultando en passant il proprio oscuro passato, Skerl cercasse di brillare di luce riflessa: alla luce di certi lanci d’agenzia apparsi durante la lavorazione di Bestialità, viene il fondato sospetto che tutta la faccenda-Bergman sia stata né più né meno che una scaltra trovata pubblicitaria. «Il pessimismo di un ‘nipotino’ di Bergman» recita un titolo del «Corriere», che ci racconta uno Skerl «compiaciuto del proprio apocalittico pessimismo» con dichiarazioni quali «La politica è il veleno del mondo» e «Ho commesso due delitti, mettendo al mondo due figli condannati all’ergastolo della vita», mentre il film viene descritto come uno spaccato di crisi coniugale alla Bergman, appunto, in cui il morboso triangolo erotico è solo suggerito: «l’analisi sociologica e psicologica introduce elementi fantastici decisamente osée».[3] La risposta scandinava a Borowczyk, insomma.

Secondo Martucci, a dirigere Bestialità è solo ed esclusivamente l’amico Peter. A fargli da prestanome è Virgilio Mattei, montatore molto attivo anche in tv e fratello della moglie italiana di Skerl: accetta di firmare i film del cognato perché quest’ultimo, apolide, non ha la cittadinanza italiana, e non è dunque in grado di avviare le pratiche burocratiche per la produzione.
Oltre a Bestialità, il nome di Skerl è legato ad altri due progetti misconosciuti, e sulla carta non meno controversi, come Zoorastia. Concepito come sorta di seguito di Bestialità dal vulcanico produttore Pino Buricchi, aveva come protagonista la fotomodella Karine Verlier (La stanza del vescovo, Alessia… un vulcano sotto la pelle, La settima donna…). Dieci giorni di riprese a Santa Maria di Leuca nella tarda estate 1978, poi lo stop per i soliti problemi: non c’è più una lira. Ne parleremo in dettaglio prossimamente.

3

2.
L’altro progetto mai realizzato di Skerl è Mostruosità, prodotto dalla C.I.P. di Franco Pacini, che non è – a differenza di quanto riportato dall’IMDb – un titolo alternativo di Zoorastia, bensì un film a sé. Nella denuncia di inizio lavorazione, datata 28 marzo 1978, Skerl è indicato come autore del soggetto, «ridotto ed adattato» da Franco De Cesare, mentre la sceneggiatura è accreditata a De Cesare, Virgilio Mattei e allo stesso Skerl. Nella lista del cast tecnico, Mattei figura come regista – per i soliti motivi burocratici – e come montatore, mentre il commento musicale è affidato a Coriolano (Lallo) Gori, la fotografia a Giuseppe Berardini, la scenografia ad Antonio Visone.

Di seguito gli altri dati di lavorazione:
– costumi: Erta Scavolini;
– fonico: Raffaele De Luca;
– effetti speciali: Gino De Rossi;
– aiuto regista: Simonetta Rimoldi;
– fotografo di scena: Vincenzo D’Onofrio;
– direttore di produzione: Silvano Marabotti;
– ispettore di produzione: Nereo Sallustri;
– segretario di produzione: Aldo Sisti.

4Il cast comprende Eleonora King, Carlo De Mejo, Francesco Parisi, Bruno Di Luia, Romolo Tinti, Per Holgher, Franco Lantieri, Vinja Sauvage, Roberto Caporali, Franco Volpi, la francese Cathérine Zago, la tedesca Katharina Williams e il veterano Paul Muller. Gli interni verranno girati nei teatri di posa di Cinecittà, gli esterni in Alto Adige. L’inizio delle riprese è annunciato per il 24 aprile, per un totale di cinque settimane secondo il piano di lavorazione. Il costo previsto è di circa 250 milioni (Bestialità ne era costati 200), con un minimo garantito in Italia di 100 milioni e per l’estero di 30 milioni. Una produzione a basso budget, senza volti famosi: il protagonista maschile è Carlo De Mejo, figlio di Alida Valli e all’epoca di casa in produzioni più o meno trasandate (Porco mondo, Eros Perversion, La ragazza del vagone letto), ben lontane dai fasti di Teorema. La primattrice è la pochissimo nota Eleonora King, vista in Anno zero – Guerra nello spazio e accreditata anche nelle carte di Zoorastia come coautrice del copione e addirittura regista: secondo Karine Verlier, la ragazza, di nazionalità italiana ma dai tratti orientaleggianti, era l’amante di Skerl.[4]
Il resto del cast racimola vecchie glorie e caratteristi, promuovendo lo stunt (ed ex Avanguardia nazionale) Bruno Di Luia a un ruolo di primo piano.
Nella documentazione presentata al Ministero troviamo una «relazione sulle finalità artistiche e culturali» del film, a firma autografa di Skerl, che recita:
Con questo film ci proponiamo essenzialmente di distrarre il pubblico dai suoi problemi quotidiani con una storia gialla, ricca di tensione, effetti, colpi di scena, costruita per inchiodare lo spettatore alla sedia, farcelo saltare [sic!] e sorprenderlo con una soluzione finale imprevedibile ma logica, usando i migliori ingredienti narrativi e i migliori mezzi per esprimerli – nonché per far riflettere dopo, a chi ne ha voglia, su certi problemi mimetizzati, come una buona medicina, dallo “zucchero”.
E anche per far conoscere mentalità, usanza e costumi di certi posti incantevoli a chi non li conosce già.
Quella della medicina amara rivestita di zucchero è una metafora cara a Skerl, che vi fa ricorso anche nell’intervista a Santovincenzo citata da «Nocturno»: «…non credo nell’erotismo e nel sesso e per fare qualcosa devo crederci. Credo di avere delle cose più commerciali, non intendo dire più impegnate, perché si può dare una medicina amara, come fa Ingmar Bergman, e sono in pochi a deglutirla con piacere, ma la si può rivestire di zucchero e diventa allora un film commerciale e la bevono anche i bambini senza accorgersi di prendere la medicina.»[5]
Di certo, però, non è ai bambini che ha in mente Skerl quando scrive Mostruosità.

3.
Di Mostruosità esiste anche un soggetto (15 pagine) che ne racconta in dettaglio la trama.
5L’ambientazione è in un paesino montano di minatori, sovrastato da un castello e gravato dalla leggenda di tale Gruvan, che «aveva terrorizzato la zona con i suoi orrendi delitti»: i suoi discendenti, gli anziani Jakob (Paul Muller) e Filomena (Katharina Williams), dalla fama di strega, e il loro figlio Thomas, abitano nei pressi della miniera abbandonata in cui erano avvenuti i fatti di molti anni prima. Il selvaggio omicidio di una ragazza del luogo, Sandra, accende gli animi, e i villici meditano il linciaggio: gli indizi (un coltello insanguinato e un poncho) sembrano indicare come colpevole Thomas, giovane pittore che viene mostrato per la prima volta mentre «imprime il colore su una tela, spalmandolo con mani dalle dita sottili. […] è trasognato, esile, con lunghi capelli chiari, una barba incolta e un paio di topolini che si mantengono in bilico sulla sua testa e sulle sue spalle».
Thomas sta ritraendo un modello (o modella?) che scompare in una botola non appena i villici arrivano alla baita del pittore. Condotto a forza al villaggio, Thomas è trascinato dal capo della polizia Holzinger (Francesco Parisi) davanti al cadavere di Sandra, mentre il medico (Franco Lantieri) sta terminando l’autopsia. Il medico legale annuncia che la ragazza era incinta. Thomas nega disperatamente di essere l’assassino, e rivela che la vittima gli aveva confidato di stare per sposarsi, senza svelare il nome del futuro marito. Approfittando di un attimo di distrazione degli astanti, Thomas riesce a scappare: la sua fuga nella neve lo conduce all’interno della vecchia miniera, disseminata di bizzarre statue di minatori forgiate dallo stesso Thomas, e termina con la caduta in un profondissimo pozzo, dove è gettato da due giovani del luogo, Emil (Per Holger) e Hans (ruolo non assegnato).
Un anno dopo, il paesino sembra avere dimenticato gli orrori di quella notte. Sul posto arriva Elisabeth (Eleonora King), un’amica di Sandra appena giunta dall’Australia. Condotta da Greta (Cathérine Zago) e Karl (Carlo De Mejo), rispettivamente madre e fratello di Sandra, alla tomba dell’amica, vi trova un mazzo di «misteriose e bellissime orchidee». Portate da chi?

La sequenza successiva, nella sala da ballo del paese, è l’occasione per presentare e approfondire i principali personaggi, mettere Elisabeth al centro dell’attenzione e preparare l’irruzione di «uno stravagante e pazzo corteo di uomini e donne seminudi con i corpi dipinti vistosamente e stralci di pellicce gettati sulle spalle», capeggiati da «un uomo6 d’età indefinibile che esibisce un elmo con pennacchio, un costume astruso completo di mantello alla ‘Dracula’ e un coloratissimo pappagallo che gli si agita sulla spalla»: il conte Ludwig (Roberto Caporali), locale nobiluomo dalle abitudini alquanto stravaganti. Non è da meno la procace nipote, Ramona (Vinja Sauvage), che «si agita lasciva al ritmo di un tam-tam indiavolato percosso da un negro elettrizzato», in una danza del ventre che ipnotizza gli astanti e li contagia.
Elisabeth vorrebbe appartarsi con Karl, ma viene ghermita da Emil che se la porta nel bosco innevato per spassarsela. Ma gli dice male: un coltello luccica nel buio, e il ragazzotto finisce con un coltello nella pancia.
Elizabeth, sconvolta e lacera, racconta a Karl e Greta – che la considera ormai come una figlia – d’essere sfuggita per miracolo al maniaco. Karl si offre di aiutare Holzinger nelle indagini, ma una violenta bufera impedisce le ricerche.
Il giorno dopo è un altro giovane, Hans, a cadere sventrato sotto i colpi dell’assassino, ancora una volta davanti agli occhi di Elisabeth. La descrizione del delitto è curiosa, e le modalità – il tutto avviene in pieno giorno, nei pressi di un’affollata pista da sci – richiamano alla mente Tenebre di Argento.

bruno di luiaIl popolo riesuma la leggenda dell’assassino Kruvan, ma dalla vicina Innsbruck arriva l’ispettore Polcar (Bruno Di Luia), tipo «estremamente concreto» che – ma guarda un po’ – boccia subito la pista soprannaturale. Polcar intuisce subito che esiste un legame tra l’omicidio di Sandra e i seguenti, al di là dell’arma del delitto sempre uguale. Il poliziotto riapre le indagini sulla morte di Thomas, accerta la responsabilità di Emil e Hans, visita la miniera della tragedia. Intanto Elisabeth, convocata dal parroco del luogo (Luigi Rossi), in possesso di informazioni importanti, nota una figura misteriosa depositare le orchidee sulla tomba di Sandra. È un giovane del posto, Josef (Romolo Tinti), che le svela di essere il misterioso amante di Sandra, e di aver messo incinta la ragazza per evitarle il destino (farsi monaca) che la madre avrebbe voluto per lei. Ma anche lui viene sventrato dal misterioso maniaco proprio di fronte a Elisabeth, davanti all’altare.
Le indagini portano Polcar e Holzinger al castello, dove i due sono accolti dalle guardie di Ludwig in abiti medievali e con tanto d’alabarde (!), e dalla sempre meno vestita Ramona («sette veli sono tutto ciò che ricopre il suo splendido corpo») che li guida a un giro turistico del maniero fino al “paradiso”:
«Al centro un colossale albero di Natale è fonte di illuminazione e di spettacolo. Gigantesche palle che pendono dai suoi rami, mostrano all’interno gruppi di tre o quattro persone, aggrovigliate e incastrate l’una all’altra nella ricerca compositiva di amplessi collettivi! Sono immobili! Che siano statue? Da una palla una mano si protende furtiva verso Ramona, strappandole un velo!»
Ecco, sarebbe valsa la pena di vedere Mostruosità solo per questa sequenza, a metà tra un Filippo Ratti d’annata (La notte dei dannati) e certe corbellerie psichedeliche tipo l’orgiona di Roma drogata di Marcaccini. La descrizione del sacrilego presepe vivente continua:
«Pastori, donne, animali, sono coinvolti quasi ritualmente in orge sodomitiche, illuminati sapientemente da una fonte di luce proveniente dalla culla, dove si agita un vero neonato ancora sporco! Ramona lo ricopre teneramente con un velo, commentando la scena con tono svagato e frasi ambigue…»
Siamo in pieno delirio: orge, bestialità, blasfemia tutti assieme, perdipiù serviti così, ex abrupto, all’interno di un plot che fino a ora pareva un tipico giallo con maniaco neroguantato un po’ alla Dallamano. Che nel frattempo il suddetto maniaco abbia affettato un altro poveraccio, un anziano gendarme che accompagnava Elisabeth e Karl, importa poco. Perché l’attenzione è accentrata sulla sacrilega rappresentazione che ha luogo nel castello:
«grida di dolore, schiocchi di frusta, pesanti colpi di martello!… un uomo avvolto nella tunica rossa e con la corona di spine profondamente conficcata nella testa, trascina una pesante croce incalzato dalle frustate di un energumeno in vesti da antico romano!
Holzinger non trattiene il disgusto! Davanti a lui e a Polczar si sciorinano le rappresentazioni della Via Crucis dissacrate in orge sadomasochistiche! Solo la genialità di un pazzo maniaco poteva arrivare a tanto!
Ramona volteggia leggera fra aguzzini e martiri volontari. Un colpo di frusta le strappa un ennesimo velo.»
La scena racchiude un indizio-chiave per la soluzione del mistero, quando Ramona menziona un amante dello zio, «un ragazzo esile come una donna, plasmato dalla brama del conte vero “l’orrenda impossibile perfezione!”».
Intanto Karl e Elisabeth sono arrivati alla miniera, tra frotte di pipistrelli e quelle statue di minatori una delle quali, improvvisamente, si svela non essere una statua ma qualcuno in carne e ossa…
Ma torniamo al castello:
«Ramona raggiunge leggera i piedi di una croce su cui un uomo viene realmente inchiodato, fra grida e spasimi di masochistico piacere. In alto, fissato sul legno al posto dell’I.N.R.I., Holzinger riconosce trasecolato il quadro che Thomas stava dipingendo quando lui lo portò via dalla capanna.
Una lancia trafigge il dipinto e sulla punta l’ultimo velo di Ramona che, oramai nuda, ride e volteggia invitando Polcar e Holzinger a seguirla!…»
Il montaggio alternato di Elisabeth e Karl alle prese con l’assassino e dei poliziotti condotti da Ramona nei sotterranei del castello, collegati in un labirinto di cunicoli alla miniera e di lì alla capanna di Thomas, prosegue in un crescendo caotico. Karl precipita nel pozzo, che – scoprono Polcar e Holzinger – nasconde una piattaforma la quale potrebbe avere salvato Thomas dalla morte. Un’altra scoperta attende i due poliziotti: nascosta da qualche parte nell’intrico di caverne, c’è una donna…

Siamo ormai all’epilogo. Elisabeth è rientrata in stato di shock a casa di Greta, che le spalma un unguento sul corpo nudo e pieno di lividi. «”…ha voluto abusare di te vero?… Schifo, fanno tutti schifo!” Le sue mani tremano strofinando l’unguento sul bellissimo corpo nudo della ragazza. “Le suore invece sono care… tanto care”»
Di punto in bianco, Greta si getta sui seni di Elisabeth in preda a raptus erotico.
«La lingua impazzita della donna lecca famelica le labbra di Elisabeth, il suo collo, i capezzoli…»
Intanto qualcuno armato di coltello s’avvicina da dietro…
Come se il numero di perversioncelle fin qui accumulate non fosse sufficiente, Skerl piazza il carico da undici: scopriamo che tra Sandra e Greta esisteva un legame lesboincestuoso, e che ovviamente la donna non aveva preso bene la gravidanza dell’amata figlia…
Intanto l’assassino neroguantato è alle spalle della donna. La blocca e passa il pugnale a Elisabeth, che completa l’opera: «”Le hai tolto il figlio COSI’!” E colpisce Greta nel ventre, squarciandolo».
Cadendo, Greta si aggrappa al corpo di Elisabeth, graffiandolo e strappandole le mutandine: «Gli occhi di Greta si sgranano fissando il basso ventre, quindi si immobilizzano per sempre».
È il conte Ludwig il complice segreto di Elisabeth. Che, lo avrete intuito, sotto le mutandine nasconde una sorpresa. La situazione diventa piuttosto affollata con l’arrivo dei due poliziotti, di Karl (sopravvissuto alla caduta) e della vera Elisabeth rapita in precedenza (non si capisce bene quando) dal conte. E una provvidenziale pallottola nel collo fa stramazzare al suolo la sedicente fanciulla.
«Ludwig si precipita sul suo corpo e l’abbraccia straziato. Le sue carezze tolgono la parrucca all’essere amato, e ricoprono un piccolo pene che Elisabeth ha al posto della vagina.
Un rantolo affannoso! La ragazza spira fra le sue braccia!
“THOMAS.!… THOMAS!…” Il conte grida disperato il nome dell’amatissimo essere.»
Insomma, ricapitolando: un maniaco sventratore in guanti neri, un assassino transessuale (la King interpreta ovviamente sia Elisabeth che Thomas) che anticipa il notorio Sleepaway Camp (ma che forse è stato ispirato a Skerl dal Bafometto di Klossowski, cui pare rifarsi la delirante scena del presepe), un conte che sembra una versione montanara di Aleister Crowley, e una dose di perversioni tale da far ammattire i recensori del Centro Cattolico Cinematografico. Chissà cosa avrebbero deliberato i membri della commissione di revisione davanti al film finito, in un periodo ove le maglie della censura si sono sì allentate ma non tanto da non trattenere certi temi considerati ancora tabù, l’omosessualità maschile in primis… per non parlare di tutto il resto sciorinato con nonchalance nel copione di Skerl.
Già, chissà. Mostruosità è iscritto nel P.R.C. il 23 maggio 1978. Ma non vedrà mai la luce. Infatti pochi mesi dopo il regista è in Puglia, al lavoro su Zoorastia, con gli esiti sopradetti. Sarà la sua ultima esperienza nel cinema italiano. Poco tempo dopo – già nel 1979, secondo alcuni – Skerl si trasferisce negli States.

 

Oggi Peter Skerl vive in America, a Los Angeles. «Aveva un grande talento ma s’è mangiato delle grandi occasioni, per megalomania»[6] chiosa Martucci, quella megalomania che traspare abbondantemente dall’intervista sopracitata. Bizzarro destino, per un megalomane, avere la propria stessa esistenza cancellata dall’ufficialità omologatrice del web. Perché ancora oggi, per l’IMDB, e di conseguenza agli occhi del mondo, Peter Skerl è null’altro che uno pseudonimo di Virgilio Mattei.
La sua storia finirebbe qui, se non fosse per un tardo, inquietantissimo, post scriptum.

4.
Alle 18:30 di sabato 21 gennaio 1984 una ragazza diciassettenne lascia una festa a casa di amici, dalle parti di Largo Cartesio, per recarsi a casa di un’amica, in via Tuscolana. Non ci arriverà mai. Qualcuno la nota salire su uno scooter condotto da un giovane. La ritroveranno cadavere in una vigna di Grottaferrata, strangolata con la cinghia della borsetta e con la spina dorsale spezzata. Si chiama Catherine [italianizzato Caterina] Skerl, detta Katy, studentessa del Liceo Artistico in via Giulio Romano a Ponte Milvio, iscritta alla sezione Ponte Flaminio della FGCI. È la figlia di Peter Skerl. Per lei, l’«ergastolo della vita» è durato molto meno del previsto.

katy sterl

Il diavolo ci mette lo zampino. Le agenzie Ansa che battono la notizia ribattezzano Peter come “Joseph” Skerl, dando il via a una reazione a catena che ingarbuglia ancor di più le già accidentate piste che conducono al regista. Sergio Valentini, che anni dopo riprenderà la notizia sul «Corriere», indicherà correttamente la professione del padre della vittima, ma non il nome e neppure la nazionalità: «Separato dalla moglie, il padre Joseph Skerl, svedese di nascita, vive in America dove, si dice, lavora come regista. Anche Caterina e Alexander sono nati in Svezia». [7]
L’omicidio di Caterine è collegato alle uccisioni di altre donne uccise tra le periferie della capitale e la campagna circostante a partire dal luglio 1983: perlopiù prostitute, come la trentunenne Thea Stoppa, ritrovata in un cantiere sulla Flaminia il 15 luglio ‘83; la quarantacinquenne Luciana Lupi, il 22 luglio; la trentaquattrenne Lucia Rosa, il 24. Tutte e tre violentate, strangolate, il volto ricoperto di terra e sassi. Ma tra le vittime ci sono anche un’irreprensibile impiegata comunale (Giuliana Meschi), sgozzata e massacrata da qualcuno che le è saltato sopra più volte schiacciandola col peso del proprio corpo, il 5 agosto, in un campo di granturco a Sabaudia; o Fernanda Durante, ritrovata il 30 ottobre, il ventre squarciato da 37 coltellate. E poi è la volta di Caterine Skerl. Queste ultime tre probabilmente incontrate per caso, seguite, rapite e uccise.
L’assassino di Caterine è un figuro ben più concreto del bizzarro maniaco immaginato nel copione di Mostruosità, ma non meno – appunto – mostruoso. Per la legge si chiama Maurizio Giugliano, di Trastevere, figlio di un guardiano di vacche, piromane e omicida seriale. Verrà processato e condannato per due dei sei delitti; anni dopo confesserà gli omicidi, nelle lettere inviate al commissario che l’aveva arrestato. C’è anche una settima vittima, Maria Negri, 51 anni, una casalinga di Punta Sabbioni. Quel giorno Giugliano è in gita da quelle parti con la moglie e il cognato: si ferma a comprare le sigarette, nota la donna affacciata alla finestra, entra nel palazzo, si fa aprire la porta, la strangola col filo dell’aspirapolvere. E torna in macchina dai famigliari.
Giugliano morirà in manicomio giudiziario, a 31 anni. In galera, aveva strangolato il compagno di cella che gli aveva negato una sigaretta.
Finisce qui? Parrebbe di no.

dodici donne un solo assassinoIn realtà Giugliano, pur confessando tutti gli altri delitti, si era sempre dichiarato estraneo all’omicidio Skerl. Secondo un interessante libro-indagine di Otello Lupacchini e Max Parisi (Dodici donne un solo assassino, edizioni Koiné, 2006), il caso Skerl è collegato alla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori – quasi sue coetanee, stessa corporatura, simili modalità di scomparsa – e ad altri delitti di giovani donne, dietro cui vi sarebbe un’unica mano, il cosiddetto «uomo della Avon», che con avvicinava le vittime con la scusa di ingaggiarle come collaboratrici della nota marca di cosmetici.

Pur peccando di imprecisione (ripetono l’errore del nome Joseph Skerl), i due giornalisti tracciano uno scenario inquietante, su cui lo stesso Max Parisi tornerà in un libro successivo, Assassini in libertà (Koiné, 2008), oggetto di discussione anche in numerosi 11forum e blog. Il quadro generale sembrerebbe addirittura implicare il possibile coinvolgimento di membri della banda della Magliana, i cui esponenti – tra cui Franco Giuseppucci – bazzicavano una nota villa in via del Casale Lumbroso 167: la villa con la cascatella apparsa in tanti film italiani del periodo (da A tutte le auto della polizia a La lupa mannara, da Il trucido e lo sbirro a Il commissario Verrazzano, da Pierino medico della SAUB a Vieni avanti cretino), di proprietà di Giorgio Ardisson, fungeva da sala da gioco clandestina, frequentata da cinematografari. Incluso, a suo tempo, anche Peter Skerl.
Altri ancora – il blog di Paolo Franceschetti – suggeriscono una pista più delirante, individuando un movente rituale nei delitti, che collegano a un’organizzazione massonica ed esoterica chiamata Rosa Rossa. Stupidaggini? Probabilissimo. Curiosamente, tuttavia, anche il copione di Mostruosità pesca nella numerologia e nella Cabala nelle scene ambientate nel castello di Ludwig, dove tra l’altro appare «uno strano porta pugnali con sette foderi». Sette, numero d’elezione della Rosa Rossa…

Nel 2013 la vicenda di Katy Skerl si arricchisce di un altro capitolo. Marco Fassoni Accetti, fotografo e regista indipendente autoaccusatosi di essere uno dei telefonisti del caso Orlandi, lega nuovamente l’omicidio Skerl alla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, chiamando però in causa la cosiddetta “pista Bulgara” nell’ambito di lotte di potere interne al Vaticano in un periodo ove era necessario proteggere il dialogo tra la Santa Sede e i paesi del Patto di Versavia e montava l’insoddisfazione nei confronti gregori orlandidella politica anticomunista di Giovanni Paolo II.[8] Tra gli indizi che proverebbero questo collegamento, un’inquietante lettera anonima inviata a una compagna di Emanuela, alla sorella di Mirella e al programma “Chi l’ha visto?”: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il 21 gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Le “due belle more” sono forse la Orlandi e la Gregori? Il 21 gennaio è la data della morte di Katy Skerl, e il riferimento al martirio della santa “con biondi capelli” nella “vigna del signore” dà i brividi. Ancora una volta la realtà pare farsi beffe dell’oscuro microcosmo di fantasia cui attingeva Skerl, con allusioni misticheggianti che rimandano ai deliri del suo film incompiuto. Nel settembre 2015 il capo della Procura di Roma, riceve un esposto da Fassoni Accetti in cui si accenna a un presunto furto del feretro di Katy: «Una finta squadra di addetti cimiteriali, simulando una riesumazione, smurò il fornetto in cui era deposta la Skerl, da cui prelevò la bara contenente le spoglie mortali», per occultare un elemento che collegava il caso Skerl a quello della Orlandi. Pare che la camicetta bianca indossata dalla diciassettenne nella bara, notata grazie a una spia nella camera ardente, fosse stata usata come strumento di pressione in un comunicato di rivendicazione ai giornali da parte dei presunti rapitori di Emanuela Orlandi, spedito nel novembre 1984.[9]

Finisce qui, per ora, la storia di Peter Skerl. Con un mistero svelato e un altro, molto più fitto, molto più inquietante, tutto da scoprire. E una vicenda molto più mostruosa di quella che mente umana avrebbe mai potuto concepire, e filmare.

mostruosità

Un ringraziamento a Stefano Raffaele e Tommaso Gullì They.

Note:
[1] Gianni Martucci, Il mio amico Peter Skerl, «Nocturno Cinema» n. 87, novembre 2009, p. 85.
[2] Davide Pulici, Peter Skerl: sotto il velo del mistero, «Nocturno Cinema» n. 131, luglio-agosto 2013, p. 65.
[3] Non firmato, Il pessimismo di un ‘nipotino’ di Bergman, «Corriere della Sera», 31 agosto 1976.
[4] Pulici, Peter Skerl: sotto il velo del mistero, p. 63.
[5] Ibid, p. 64.
[6] Martucci, Il mio amico Peter Skerl.
[7] Sergio Valentini, Uccisa senza un perché, «Corriere della Sera», 5 aprile 1994. Caterine è nata in Svezia nel maggio 1967. Alexander Skerl ha intrapreso una carriera nel cinema: è stato assistente montatore in Aprile di Nanni Moretti.
[8] Fabrizio Peronaci, Emanuela, Mirella e altri due misteri: il delitto di Katy Skerl, la morte di José, «Corriere della Sera», 26 aprile 2013.
[9] Fabrizio Peronaci, Orlandi, esposto-denuncia a Pignatone sulla tomba di Katy Skerl, «Corriere della Sera», 17 settembre 2015.

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