Nada / Sterminate “Gruppo Zero”(1974) di Claude Chabrol

Nell’estate 1973, Nada Malanima, in arte Nada, arriva tra i finalisti di Un disco per l’estate con Brividi d’amore, accanto a nomi quali Al Bano, Rosanna Fratello, i Dik Dik, Mino Reitano, I Camaleonti (che vinceranno con Perché ti amo); con la stessa canzone partecipa al Festivalbar, vinto quell’anno da Mia Martini (Minuetto) ex aequo con Marcella (Io domani). Il brano è un successo inferiore alle aspettative, e si ferma al numero 27 in classifica. E tuttavia la cantante livornese è ancora popolarissima: appena un paio d’anni prima, con Il cuore è uno zingaro, aveva vinto il Festival di Sanremo e raggiunto il primo posto in hit parade, risultato che Re di denari (terzo posto a Sanremo e numero 2 in classifica nel 1972) aveva sfiorato per un soffio.
Cosa c’entra Nada Malanima con il film che nel 1973 Claude Chabrol trae da Nada di Jean-Patrick Manchette, direte voi? Semplice omonimia, quattro lettere e non di più. Eppure, per i distributori italiani, paiono sufficienti per cambiare il titolo in un più maschio, dinamico e violento Sterminate gruppo zero: non sia mai che a qualcuno passi per la testa che Chabrol ha girato una biografia della trionfatrice di Sanremo. Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere, in confronto a quanto perpetrato ai danni di due colleghi del regista di Les biches (anzi, Lesbiches, secondo i maliziosi flani nostrani). Domicile conjugal (1970) di François Truffaut arriva da noi con l’ineffabile titolo Non drammatizziamo… è solo questione di corna, e Michel Deville si vede ribattezzare il suo Raphael ou le débauche (1971) col simil-decamerotico Le notti boccaccesche di un libertino e di una candida prostituta.
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Pubblicato nel 1972, Nada è il primo romanzo del grande scrittore francese a trovare la via degli schermi. Ma, paradossalmente, Manchette nasce come sceneggiatore: per un pugno di franchi, collabora a una manciata di filmetti più o meno porno (per l’epoca), come La paura e l’amore (1967) di Max Pécas e Le minivergini (Salut les copines, 1967), diretto dall’amico Jean-Pierre Bastid – già regista del pazzesco sadonoir Massacro per un’orgia, esaltato da Klossowski & c. e proibito in patria, poi esportato oltreoceano dal famigerato Bob Cresse. E proprio con Bastid, Manchette scrive a quattro mani l’esordio, il formidabile Che i cadaveri si abbronzino, nato come soggetto cinematografico e poi rivenduto alla Série Noire di Gallimard; sorte analoga avrà Il caso N’Gustro, anch’esso nato come soggetto per battere sul tempo il film che Yves Boisset sta preparando sul caso Ben Barka (L’attentato, con Volonté, Trintignant, Piccoli, Noiret, Seberg, Cremer, Schubert…) e poi uscito come romanzo a firma del solo Manchette. Che viene salutato come il padre del cosiddetto neopolar – lui, che in realtà si considerava figlioccio del romanzo americano, Hammett in testa.
Quando Chabrol decide di portare sullo schermo Nada, Manchette è sulla cresta dell’onda, fresco vincitore del Gran Prix de la Literature Policière per Ô dingos, ô châteaux!, anch’esso in predicato di una riduzione cinematografica (lo farà Boisset con il non esaltante Una donna da uccidere, con Marlène Jobert e Tomas Milian; da noi il libro esce solo negli anni duemila, con Einaudi: Pazza da uccidere). Certo, Nada è un libro che scotta, per via del contenuto esplicitamente politico: è la storia di un gruppetto di terroristi anarchici che rapiscono l’ambasciatore degli Stati Uniti in Francia, prelevandolo da un bordello dove il diplomatico si reca settimanalmente, e chiedono un simbolico riscatto; ma l’organismo repressivo dello Stato si mette in moto, con una violenza ancora superiore. Gli idealisti e sprovveduti anarchici vengono rintracciati nel casolare di campagna dove si sono nascosti, e massacrati dalle forze dell’ordine comandate dal commissario Goémond (già apparso in Il caso N’Gustro); ma il loro capo, il catalano Buenaventura Diaz, sfugge alla strage e prepara la vendetta.
L’amarissima parabola di Manchette è nelle corde di Chabrol, in quegli anni all’apice della propria parabola registica grazie a una serie di straordinari drammi polizieschi, spesso adattamenti di romanzi di genere, da Ucciderò un uomo (Que la bête meure, 1969, da La belva deve morire di Nicholas Blake) a All’ombra del delitto (La rupture, 1970, da I giorni delle Parche di Charlotte Armstrong). La pellicola nasce come produzione franco-italiana, tra la transalpina Les Films de la Boétie (sodale di Chabrol dai tempi di Criminal Story) e la romana Verona Produzione. Il cast è di prim’ordine: la partecipazione italiana garantisce le presenze di Fabio Testi (un Buenaventura Diaz monoespressivo e quindi perfetto) e Mariangela Melato (Véronique Cash, la borghese viziata che gioca a fare la rivoluzionaria), mentre Lou Castel, che dal nostro paese era stato espulso con foglio di via l’anno precedente[1] per via delle sue simpatie politiche sinistrorse, proprio mentre si accingeva a girare Frankenstein ‘80 (sarebbe stato sostituito da John Richardson), è l’alcolizzato D’Arey; Philippe Garrel è il disilluso Épaulard, mentre il professorino Treuffais, alter ego di Manchette nel libro, è affidato a Michel Duchassoy. E c’è spazio per una vecchia gloria del cinema transalpino come Viviane Romance, all’ultimo ruolo prima del ritiro nei panni della tenutaria di bordello, Madame Gabrielle.


Chabrol e Manchette (che si occupa in prima persona dell’adattamento) lavorano in piena armonia, e il film segue fedelmente la traccia del romanzo, con eventi e dialoghi riportati alla lettera, mescolando satira tagliente ed esplosioni di violenza raggelanti, tra schizzi di sangue e crani presi a fucilate in primo piano. Nell’entomologica distanza con cui registra gli eventi, senza arretrare di fronte alla banalità dei personaggi e alla rappresentazione di una violenza che da ambo le parti non risparmia vittime innocenti, Nada ricorda a tratti un altro grande film politico ambientato oltr’alpe, Il giorno dello sciacallo di Zinnemann. E se certi passaggi iniziali appaiono frettolosi, Chabrol dà il meglio nelle scene dedicate alle autorità, ai colloqui tra le alte cariche, alla rappresentazione di un potere terribile e insieme ridicolo, con ordini di morte dati con nonchalance mentre ci si fa la barba col rasoio elettrico; e rende magistralmente l’idea di una catena del potere che dai piani alti arriva fino a Goémond (un memorabile Michel Aumont), esecutore fedele e compiaciuto delle atrocità che gli vengono commissionate, sempre pronto a dare una manganellata in più del necessario. E le scene d’azione restano nella memoria, su tutte l’assalto al casolare di campagna ripreso dall’elicottero, con la corsa disperata di Diaz in mezzo ai campi per avvertire i compagni, e l’immagine atroce dei conigli in gabbia massacrati dal fuoco dei cecchini, per cui Manchette e poi Chabrol avevano probabilmente in mente la partita di caccia di La regola del gioco di Renoir.
Il film è girato nell’estate 1973, dal 2 luglio al 31 agosto, ma esce solo ai primi dell’anno successivo, il 6 febbraio 1974, previa approvazione del ministro della cultura, Maurice Druon: si teme l’incidente diplomatico, visto che l’ambasciatore Usa è rappresentato come un pusillanime puttaniere che non fa altro che supplicare “Pietà, pietà!”. All’uscita la critica, in patria e all’estero, è divisa. Sul “Village Voice”, Andrew Sarris nota che «il lato satirico del temperamento di Chabrol a tratti si scontra con il suo lato lirico. Di modo che, se il film inizia come una parodia di L’Amerikano, finisce con una condanna dello Stato», e si interroga sul «solito problema di tentare di distinguere tra ciò che Chabrol pensa e ciò che sente.»[2]
A leggere l’apparato critico nostrano, però, si resta interdetti. Ci si fa forti di un approccio autoriale assoluto, prendendo tutto come farina del sacco di Chabrol e ignorando del tutto il romanzo preesistente (è il caso del preistorico “Castoro” di Angelo Moscariello, che pure osserva acutamente: «il richiamo alla consapevolezza contro l’“eccesso” ideologico non si traduce in una sorta di immobilismo conservatore ma si risolve in una visione del mondo da cui è assente ogni traccia di schematismo manicheo»[3]). Oppure si liquida la fonte con schifiltosa sufficienza, come fa Aldo Viganò, deplorando la «schematica banalità delle battute che Jean-Patrick Manchette mette in bocca ai suoi personaggi» e che il regista accetterebbe «con rassegnazione»[4], neanche fosse l’ultimo dei mestieranti, rimproverandolo di non essere Melville (senza riflettere che il romanticismo noir vecchio stile del regista di I senza nome, alle prese con una storia così, farebbe più danni che altro), e appiccicando ameni rimandi al cinema di genere, visto immancabilmente come termine di paragone squalificante («sempre vestito di nero, Diaz sembra uscire da un “western all’italiana”» [5]).
Ma quale versione di Nada arriva sui nostri schermi? Innanzitutto, come detto, i distributori si sbarazzano del titolo originale, e appioppano al film un titolo da film d’azione che riecheggia quello di un vecchio noir di Richard Fleischer, Armored Car Robbery (1950, da noi Sterminate la gang!): e poco importa che il gruppuscolo anarchico-nichilista (“Nada” in originale, appunto) venga ribattezzato “Gruppo Zero”. Il film arriva davanti alla commissione di censura il 18 marzo 1974, sei giorni dopo la data della domanda di revisione. E si becca un V.M.18 (senza tagli) per «alcune scene di accentuato erotismo e sopratutto numerose scene di agghiacciante violenza.» L’erotismo in realtà è limitato alla scena in cui Diaz e compari sorprendono l’ambasciatore in una stanza del bordello di Madame Gabrielle in compagnia di una giovane prostituta senza veli: a omaggiarci di un sontuoso nudo integrale che lascia a bocca aperta anche Diaz/Testi è Sandra Julien, l’indimenticata protagonista di Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Le frisson des vampires, 1970) di Jean Rollin. Il visto è datato 20 marzo, e Sterminate gruppo zero esce nelle sale il 26 marzo, distribuito dalla C.I.C. Incassa pochino: 260 milioni e rotti, meglio del film precedente di Chabrol, L’amico di famiglia (204 milioni), ma una miseria in confronto a un qualsiasi poliziesco italiano del periodo.


Già dai titoli di testa, si può misurare la differenza tra la versione francese e quella italiana. In originale, la scritta “Nada” in spray appare in sovrimpressione a tutto schermo sull’immagine di un grattacielo, a evocare le scritte anarchiche dei contestatori che vedremo in varie scene del film su palizzate, auto, mura di case e palazzi, a evocare una protesta antigovernativa generalizzata e straripante. La cinepresa scende poi in strada, a inquadrare un’auto che passa in un’affollata strada parigina: è quella di Épaulard che si reca all’appuntamento con D’Arey, che lo metterà al corrente del piano criminoso. Intanto la scritta “Nada” si moltiplica sullo schermo, passando dal rosso al nero, mentre scorrono i crediti iniziali, in vari colori – rosso, giallo, blu. Dall’alto vediamo Épaulard parcheggiare e scendere. Dopo la dicitura “Un film de Claude Chabrol”, l’immagine si blocca e appare la scritta «Cette aventure est le fruit de l’imagination – Elle n’est donc pas inimaginable» (Quest’avventura è frutto dell’immaginazione – Dunque, non è affatto inimmaginabile).
Nada mettere alla fine_
Nulla di ciò nella versione italiana, che si accontenta di uno spiccio fermo-immagine della sequenza iniziale, in cui Épaulard, appena sceso dall’auto, si sta incamminando per raggiungere D’Arey in un bar. Su di essa, appaiono i titoli, scritti in un anonimo bianco: l’unico rimando all’originale è la dicitura “gruppo zero”, in caratteri che evocano la scrittura a mano. Scompare, e non è un dettaglio di poco conto, l’avvertenza allo spettatore. Perdipiù, nei titoli francesi la sceneggiatura è accreditata al solo Manchette, e il cartello appare subito dopo il titolo, in grande evidenza, a testimoniare la popolarità dello scrittore in patria; all’epoca, l’unico suo romanzo pubblicato in Italia è appunto Nada, da SugarCo. Nella copia italiana, invece, Chabrol viene indicato come co-sceneggiatore insieme ad Antonietta Mazzieri, che presumibilmente si occupa solo dell’adattamento italiano. Che, oltretutto, altera liberamente i nomi di personaggi e non solo: Épaulard diventa Eduard (a dispetto del fatto che in una scena il suo nome compaia a chiare lettere sulla targa di una porta!), D’Arey è chiamato Daniel, Véronique Cash è ribattezzata Véronique Carole, il commando anarchico si trasforma in “Gruppo Zero”, un vino Sancerre diventa uno Chablis.
Nada titolo italiano
E non mancano le battute modificate o alterate di senso: accogliendo accoglie Diaz a casa propria, D’Arey in originale gli dice: «J’ai revé que me fasse faire une belle pipe», che in italiano diventa «Ho sognato che facevo l’amore con due donne»; quando gli anarchici si ritrovano in un bar per gli ultimi dettagli dell’operazione, la richiesta di un altro giro di bicchieri diventa «Metta tutto sul conto». In originale, poi, gli uomini dei servizi segreti americani parlano inglese, non sottotitolato, mentre in italiano sono doppiati nella nostra lingua. Resta, invece, una battuta del personaggio di Maurice Garrel («Bello, bello come un prete morto») che un paio di lustri prima avrebbe provocato attacchi apoplettici in commissione.
Al di là dei rimaneggiamenti sopradetti (e di un doppiaggio scadente, che appiattisce sistematicamente voci e dizioni, mortificando le prove degli attori), la copia che arriva in censura ha un metraggio accertato di 2776 metri, ossia circa 101 minuti e 11 secondi, contro i circa 108 della copia originale (e resta il rimpianto per il primo montaggio, di 129 minuti[6], che pare purtroppo perduto).
In cosa differisce la versione uscita nelle nostre sale da quella francese? Alcune sequenze vengono scorciate o eliminate del tutto, mentre di contro nella copia italiana troviamo alcuni brevi inserti assenti nell’altra. Vediamo le differenze in dettaglio (l’indicazione del minutaggio fa riferimento alla versione originale francese):

1) 12’43”: nella copia francese, dopo che Diaz è passato a trovare Épaulard per chiedergli di partecipare all’azione terroristica, Épaulard esita un attimo, poi si reca nella propria camera. Riflesso in un grande specchio su cui compaiono varie foto in bianco e nero, vediamo l’uomo aprire l’armadio ed estrarre una pistola, contemplandola pensieroso. Épaulard si avvicina allo specchio mentre la cinepresa zooma sul suo volto riflesso e sulle foto appiccicate sulla superficie: vediamo un giovane Épaulard in teatri di guerra: partigiano, in Algeria, a Cuba accanto a Castro. Intanto, l’uomo si punta la pistola alla gola, ma cambia idea all’ultimo momento. Sbotta: «Merde!», appoggia l’arma ed estrae dalla tasca un pacchetto di sigarette. E, con esso, il foglietto che Buenaventura Diaz gli ha dato, con l’indirizzo del covo del gruppo Nada. É una bella scena, risolta da Chabrol con l’utilizzo dello zoom e della superficie riflettente per unire in una sola inquadratura il personaggio e il suo passato e trasmettere allo spettatore la sua disillusione. (complessivamente 52”) Nulla di tutto ciò nella versione italiana: si stacca da Épaulard che chiude la porta del suo appartamento alle spalle dell’amico al dettaglio di una cartina di Parigi su cui gli anarchici studiano il piano.
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2) Nella versione francese, dopo la scena in cui i terroristi rubano le pistole ai gendarmi spacciandosi per medici, Chabrol inquadra l’orologio di un campanile. Di qui (a 19’57”) si passa all’auto con Diaz e soci che viaggia su una strada asfaltata di campagna, e svolta in un viottolo di campagna. Nella copia italiana questa breve inquadratura (10”) viene eliminata, e dall’immagine dell’orologio si passa a quella in campo lungo (e leggermente accorciata rispetto all’originale) dell’auto che si avvicina al cancello del casale di campagna dove li attende Véronique.
3) 22’19”: dopo un impacciato scambio di battute tra Cash e Épaulard, costui chiede alla donna di mostrargli la fattoria. Lei lo accompagna al piano di sopra e sul retro, dove alleva alcuni conigli in un recinto (in tutto 25”). Nella copia italiana si passa dai due che si alzano da tavola a Diaz che cucina. Un taglio apparentemente insignificante, per una scena che però nell’originale ha un valore di presagio: la cinepresa si sofferma per un attimo sul campo di grano dietro il casolare, da cui più avanti nel film spunterà Diaz cercando di avvertire i compagni prima del massacro, e Chabrol paragona implicitamente i conigli in gabbia agli anarchici, anch’essi prigionieri a loro insaputa, e destinati ad analoga cruenta fine.
4) 27’29”: nella versione italiana, la scena in cui Diaz e soci lasciano l’auto in un parcheggio sotterraneo è più lunga di 10”.
5) 39’58”: dopo il rapimento, troviamo i terroristi nel covo, intenti a preparare e imbustare i loro comunicati, mentre D’Arey costringe l’ambasciatore a bere per farlo star buono. Nella versione italiana l’ultima parte dell’inquadratura è più lunga; in più, lo speaker radiofonico che commenta il rapimento, da una radiolina che Diaz e compari stanno ascoltando, legge un sussiegoso comunicato ufficiale: «Il governo è deciso a fare piena luce su questo rapimento e a catturare i rapitori nel più breve tempo possibile. Dai primi accertamenti, appare che l’accaduto è opera di individui che, per pazzia o per calcolo, hanno deciso di provocare il disordine. Lo Stato non sarà in alcun modo debole con loro né sarà clemente, a meno che non rinuncino immediatamente a portare a termine i loro piani criminosi che suscitano lo sdegno di tutto il popolo francese.»
Di ben altro tono la versione francese, in cui, anziché la voce dell’ufficialità, ascoltiamo il comunicato del gruppo Nada, che nella copia italiana è spostato più avanti: mentre la voce di Diaz legge le richieste dei terroristi, vediamo due degli anarchici trasportare l’ambasciatore ubriaco in una stanza, metterlo a letto e spogliarlo (36”), segmento eliminato dalla versione uscita nel nostro paese. Perdipiù, il testo stesso del comunicato terroristico è alterato: il riscatto passa da centomila a 10 milioni di dollari (!), viene riformulata la minaccia di uccidere l’ambasciatore (che in italiano «rischia di non vivere a lungo») se le istruzioni non verranno eseguite, e scompare il seguente passaggio: «la maggior parte del popolo francese e non, sente senza dubbio un entusiasmo spontaneo alla notizia che il diplomatico è stato sequestrato e che alcuni poliziotti sono morti. A questa umanità sana ed equilibrata, il gruppo Nada lancia un vibrante appello. Agite anche voi. Con cautela, ma agite!»
È chiaro che la modifica è dovuta al particolare momento storico che l’Italia stava attraversando. Il comunicato letto dallo speaker è una parafrasi fedele di quello contenuto nel romanzo (a p. 67 nell’edizione Einaudi del 2005), dove però l’ironia dello scrittore, che mette in ridicolo i toni della comunicazione ufficiale, è palese. Nel film, esso diventa una pezza ideologica volta a lenire i toni di un racconto che evoca scenari pericolosamente simili a quanto sta avvenendo nel nostro paese. Di conseguenza, viene cassato l’appello di Diaz al popolo, senza però capire l’intento di Chabrol e Manchette, che nel corso del film mostrano il passaggio del catalano dalla convinzione cieca della bontà della lotta armata alla constatazione che la violenza terroristica e quella di Stato sono due facce della stessa medaglia.
6) 42’51”: dalla scena in cui Véronique Cash e Épaulard imbucano le missive con il comunicato si passa a una breve inquadratura mattutina a Parigi: un camion della spazzatura passa per una strada deserta (6”). Scena assente nella versione italiana, che stacca subito sul risveglio del ministro e al successivo, impagabile colloquio col capo di gabinetto.
7) 49’29”: Véronique ed Épaulard seduti in cucina, nel casolare. Lui le chiede quali sono state le reazioni nel mondo politico al rapimento. Nella versione francese, lei taglia corto: «Le solite stupide prese di posizione». Stacco sull’uomo: «Sei una strana ragazza.» La versione italiana qui aggiunge un breve monologo di Mariangela Melato, ripreso dal libro (si presume con l’intento di dare maggior rilevanza alla presenza dell’attrice italiana) e assente nel DVD francese. Chabrol zooma su di lei, mentre spiega: «I commenti sono tutti contro. I comunisti condannano chiaramente il fatto, lo stesso i socialisti, che temono che il Fronte rivoluzionario venga coinvolto in quest’atto irresponsabile. La Lega Comunista vuole la violenza di massa, non gradisce i colpi di mano isolati. Ah, poi c’è l’agenzia ‘Liberazione’, che condanna l’azione e definisce “piccolo-borghesi” i nichilisti – cioè noi – che si fanno in realtà complici dello Stato.»
8) 49’59”: la stessa scena si conclude bruscamente nella versione italiana, dopo che Véronique ha dato appuntamento a Épaulard in camera sua, per la notte. Nella copia per il nostro paese, si passa al momento in cui il capo di gabinetto convoca Goémond, mentre in originale la scena continua: Véronique invita il compagno a fare due passi, e li ritroviamo sul retro del casolare, a camminare romanticamente abbracciati come due fidanzatini. Si imbattono in D’Arey, ubriaco fradicio e addormentatosi all’aperto su un provvisorio letto di paglia (31”).
9) La sequenza successiva al colloquio tra il capo di gabinetto e Goémond, in cui si raccontano le manovre della polizia per venire in possesso di un filmato del rapimento, è sforbiciata di alcuni brevi passaggi (inquadratura di un’auto dei servizi segreti che sfreccia sul lungo Senna – 4”).
10) L’interrogatorio di Madame Gabrielle, una delle sequenze in cui il sarcasmo anti-autorità è più in evidenza, viene ampiamente sacrificato, riducendo ai minimi termini la partecipazione della Romance: quando la tenutaria di bordello riconosce Épaulard in una foto, la versione italiana stacca subito all’interrogatorio successivo, in cui il padrone di casa riconosce Diaz. In originale (a 55’09”), la scena prosegue: Madame Gabrielle si lamenta dei danni al locale e alla sua reputazione, e della sicura perdita commerciale che ne conseguirà («Ma boite, elle est foutue!»), Goémond annuisce imbarazzato. Poi, in un’altra foto, la Madame scorge Diaz, e lo indica al commissario. Goémond le chiede di esaminare altre immagini: «Chi lo sa, potrebbe fare un’accoppiata», conclude, con un doppio senso che strappa alla donna un sorriso amaro («Apprezzo il suo buonumore, commissario»). Stacco: siamo nell’appartamento del catalano, che il commissario e due suoi uomini stanno passando al pettine. Uno di loro trova in un armadio un pamphlet anarchico, Noir et rouge, che quel caprone di Goémond scambia per il titolo del celebre romanzo di Stendhal (Le rouge et le noir). Un siparietto che manca del tutto nella versione italiana. Complessivamente, vengono sacrificati 1’42”.
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11) Dalla scena in cui Goémond piomba a casa di Treuffais – che si era tirato indietro dall’operazione perché non più convinto della bontà della violenza terroristica – e lo malmena per ottenere informazioni, la copia italiana stacca su Cash e Épaulard a letto, impegnati in un nervoso, goffo amplesso che si risolve in una defaillance per l’uomo. Manca del tutto una sequenza molto importante, che nella copia francese è a 1h02’22”. Una scena ripresa e ampliata rispetto al romanzo, e che costituisce uno dei momenti-chiave del film. D’Arey è sul retro del casolare, ubriaco come al solito, e cerca di dare da bere del vino in un piattino a un coniglio. La ragazza lo scopre e lo rimprovera. I due tornano in casa; a tavola, Épaulard e il sesto terrorista, Meyer (Didider Kaminka) – un cameriere assillato da una moglie pazza che ha scatti di violenza inconsulti: sono i due personaggi meno riusciti del film –, stanno discutendo sui motivi della loro scelta di campo. Meyer: «Ero stufo della vita che si fa. Bisognava che qualcosa scoppiasse. Avrei ucciso mia moglie, forse, oppure assaltato un distributore di benzina…». Sogna di portare la consorte ad Algeri, coi soldi del riscatto («Il sole le farà bene»). Épaulard si sfoga: il rapimento è un atto politicamente idiota, dice. Interviene D’Arey, che accusa Treuffais di essersi tirato indietro: «È un intellettuale. Mangerà merda per tutta la vita, a dire grazie e a votare scheda bianca alle elezioni. Ma la storia non sa che farsene dei mangiamerda!» Beve a collo, e si lancia in un monologo ubriaco, urlato e senza freni: «Brindo a noi, ai desperados. E me ne fotto di essere politicamente logico o stupido… la storia ci ha creati, il che dimostra che la civiltà va verso l’autodistruzione, in un modo o nell’altro. E preferisco morire nel sangue che su un mucchio di merda!» Gli altri lo ascoltano incupiti. Cash se ne va in camera, e invita Épaulard a seguirla. D’Arey augura loro: «Buona sudata, piccioncini!» E torna a sedersi accanto a Meyer, perso nei suoi pensieri. In tutto, 2’42”.
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12) Il mattino dopo, Véronique sta dando da mangiare ai conigli. A 1h10’02”, la versione francese stacca su Diaz e Épaulard che fanno colazione: il secondo chiede al primo se ci sono novità alla radio. Manca la prima parte della scena (circa 52”), presente solo nella copia italiana: mentre Diaz sta preparando la colazione, Épaulard scende e i due hanno una breve conversazione su Carole (ossia Véronique); Épaulard chiede all’amico se ci è andato a letto, ottenendo risposta negativa. Anche la parte finale della stessa scena è presente solo nella copia italiana. Diaz si offre di andare a comprare delle pile per la radiolina, e Cash sceglie di non accompagnarlo («Io preferisco restare qui»), una decisione che segnerà il destino di entrambi. Nella versione italiana c’è un breve scambio di battute sul fatto che i negozi sono ancora chiusi a quell’ora (11”), in quella francese si passa a Goémond nel suo appartamento, svegliato da un suo uomo che ha scovato il covo dei terroristi.
13) Durante l’assalto al casolare, Goémond finisce senza pietà Épaulard, disarmato e con la spina dorsale spezzata. Nella copia italiana si passa a Diaz che arriva nel garage dove si è rifugiato D’Arey, in quella francese (1h24’04”) segue un breve siparietto grottesco con Goémond che, in preda a conati e colpi di tosse (l’ambiente è invaso dai fumogeni) ordina via radio il cessate il fuoco (12”).
14) Più lunga, nella versione originale, anche la scena in cui le forze dell’ordine circondano il rottame incendiato dell’auto in cui Diaz e D’Arey sono fuggiti. Dopo la battuta di Goémond, «Voglio almeno identificare i resti», stacco su Diaz che arriva al distributore di benzina dove ruberà un’auto. In originale (1h26’25”) la cinepresa effettua una lenta panoramica verso sinistra, fino a zoomare su un solco nel campo di grano, unica traccia della fuga di Diaz (30”).
15) Subito dopo il furto dell’auto al distributore, la versione francese (1h28’34”) passa alle immagini di uno studio televisivo: il telegiornale dà la notizia dell’uccisione dell’ambasciatore Usa, e riporta il messaggio dell’arcivescovo di Parigi «a tutti i cristiani di Francia». Il defunto diplomatico viene ricordato in toni commossi, e viene mostrata una foto di papa Paolo VI. Seguono immagini in bianco e nero del reportage al «tragico casolare»: pozze di sangue a terra, poliziotti che si sbracciano, un gendarme ferito caricato in ambulanza. Un altro momento al vetriolo che si è preferito cassare: da sempre, sui nostri schermi era consigliabile non sbeffeggiare le forze dell’ordine, né tanto meno le alte cariche religiose (1’01”). Di contro, la copia italiana contiene una breve sequenza (15”) immediatamente seguente, in cui Diaz si avvicina a una villa deserta.
16) 1h29’49”: da Diaz che si avventura nel giardino della lussuosa villa con piscina, si passa al primo di tre inserti in bianco e nero (e di repertorio) di scontri di piazza, con la polizia in tenuta antisommossa che carica i dimostranti (31”), assenti nella copia italiana.
17) 1h30’33”: nuovo inserto di scontri tra la polizia e i manifestanti (14”). Da qui, nella versione francese, passiamo nuovamente a Diaz, che, immerso nella vasca da bagno, si lava e canta (nella versione italiana, un goffo canto rivoluzionario; in quella francese, una canzone d’amore). Manca una breve sequenza (19”) in cui l’anarchico arriva in un salotto e accende un televisore: sullo schermo appare il suo volto, mentre lo speaker annuncia che è ricercato.
18) 1h30’57”: terzo inserto documentaristico sugli scontri (27”), assente nella versione italiana, in cui però segue un breve momento in cui Diaz si riveste (3”), che manca nell’altra. In quella francese, infatti, si passa direttamente all’anarchico che detta a un registratore «il primo e ultimo contributo teorico alla propria biografia».
19) 1h33’50”: dopo che Diaz ha preso il fucile appeso a una parete della villa, deciso a rintracciare Goémond e ucciderlo, passiamo al colloquio tra il commissario e il capo di gabinetto che lo ha scaricato, facendone il capro espiatorio della crisi diplomatica seguita all’uccisione dell’ambasciatore. Nella copia italiana scompare la prima parte della scena (36”), in cui Goémond protesta vibratamente ma è ridotto all’obbedienza dal superiore. E manca la parte conclusiva, in cui il commissario si congeda (12”).
20) 1h39’47”: nella versione italiana manca una breve inquadratura della morsa in cui Diaz ha segato le canne del suo fucile, prima che il catalano venga mostrato mentre rompe il vetro di un finestrino e ruba un’altra auto (5”).
Nada titoli di coda
L’8 maggio 1987, Sterminate gruppo zero viene ripresentato in commissione ai fini della derubricazione per lo sfruttamento televisivo. Il 13 maggio, la III sezione di revisione concede l’abbassamento del divieto ai minori di anni 14, previa esecuzione di un paio di tagli, ossia: «1) quarta parte: alleggerimento della scena del colloquio tra il commissario e il Capo di Gabinetto, metri 12,60; 2) quinta parte: taglio della scena relativa al proclama ideologico del protagonista che impersona il terrorista Diaz, metri 59,90; per un totale di metri 72,50.» A essere sforbiciate, dunque, non sono le scene erotiche e violente già menzionate in occasione del primo passaggio in censura, bensì, ancora una volta, quelle dal più esplicito contenuto politico. In dettaglio, il colloquio tra Goémond e il capo di gabinetto, che prelude al massacro, perde per strada la seconda parte, giocata sul non-detto e sulle allusioni, in cui si mette a punto la sanguinosa repressione, senza badare ai danni collaterali: dopo che il capo di gabinetto ha insinuato che i terroristi «forse l’uccideranno, l’ostaggio…», Goémond mangia la foglia. «E… il ministro ne sarebbe sorpreso?», domanda; «Non credo», risponde l’altro. «E… gli americani, cosa direbbero, poi?» «Goémond, un poliziotto come si deve non si interessa di politica, né tanto meno di politica internazionale. Devo ricordarglielo?» taglia corto il capo di gabinetto. Messaggio ricevuto. Goémond, come tanti altri prima e dopo di lui, obbedisce agli ordini. L’altra scena sforbiciata per la derubricazione è il monologo di Diaz nel prefinale, in cui l’anarchico, sfuggito alla cattura, riflette su come lo Stato non ami il terrorismo, ma lo preferisca alla rivoluzione, e giunge alla stessa conclusione del suo ex compare Treuffais, che aveva provocato la rottura tra i due, ossia che «il terrorismo di sinistra e quello di Stato sono le due ganasce della medesima trappola per coglioni».

È questa la versione che dovrai sorbirti, caro lettore, se deciderai d’acquistare il già pessimo DVD italiano uscito per CDE-Videa, scuro, sgranato e dai colori smorti, che si ferma a 96’17” contro i 97’28” della vecchia versione in VHS della General Video, contenente la versione uscita nei nostri cinema[7]. Neppure i titoli di coda escono indenni: in originale, dopo che lo schermo è sfumato al nero, nella versione francese abbiamo ancora 1’05” di musica, che diventano una trentina nella versione General Video. La coda musicale su sfondo nero scompare senza pietà nel DVD. Non c’è che dire: un macello che avrebbe reso fiero lo stesso Goémond, pace all’animaccia sua.

Note:
[1] [non firmato] L’attore Lou Castel ha lasciato l’Italia, “Corriere della Sera”, 27 aprile 1972.
[2] Andrew Sarris, Fear & Loathing of the Bourgeoisie, “Village Voice”, 14 novembre 1974.
[3] Angelo Moscariello, Chabrol, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Bologna 1975, p. 890.
[4] Aldo Viganò, Claude Chabrol, Le Mani, Genova 1997, p. 140.
[5] Ibid, p. 139.
[6] Secondo alcune fonti 134’. Vedi Leonard Maltin, Leonard Maltin’s 2015 Movie Guide, Penguin Random House, New York 2014.
[7] Il DVD uscito in Inghilterra nel 2003 per la Pathfinder Home Entertainment è integrale, ma sfuma il minuto finale di coda musicale, fermandosi a 107’03”.

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