Caligola di Tinto Brass (1979) Seconda Parte

Prosegue il racconto delle vicissitudini censorie di Caligola (la prima parte qui).


Caligola suscita scandalo fin dall’anteprima di prova, avvenuta presso il “Cinema Nuovo” di Meldola, una località del Forlivese, il 14 agosto 1979.

Un cittadino, Ciotti Carmine, sporge denuncia contro la pellicola. Il Giudice Istruttore del Tribunale di Forlì, la dott.ssa Maria Grazia Ruggiano,  presa visione dell’opera, dispone l’archiviazione della pratica, non rilevando nella pellicola estremi di illecito penale.
«L’intento dell’autore», scrive il giudice nella sentenza dimostrando un’invidiabile sensibilità critica, «non appare rivolto a una fedele ricostruzione storica ma piuttosto ad ottenere – attraverso l’uso spregiudicato  del mezzo visivo – una tensione dello spettatore in cui violenza e sopraffazione vengano percepite con assoluta immediatezza. Gli eccessi di un mondo che, perdendo dignità, sancisce la propria fine […]. È in questa atmosfera di violenza e distruzione che trovano legittimazione artistica le scene crude delle orge […]. Ma la sequenza più significativa – ai fini dell’esclusione dell’”osceno” penalmente perseguibili sull’opera sottoposta ad esame – è certo quella delle carezze sul corpo morto di Drusilla. Carezze sconvolgenti che frugano, che chiedono, che cercano, non il piacere ma il senso perduto della vita e della morte. Per quanto finora osservato può dunque concludersi, confermente alle richieste del P.M., che Caligola è opera di arte (art. 529 cap c.p.). Le pur lunghe sequenze di libidine e di sfrenata sensualità trovano una loro precisa collocazione funzionale nell’economia espressiva dell’opera, non apparendo mai fine bensì mezzo di cui l’autore si è avvalso per ottenere l’oggetto artistico perseguito. E come tali ad esse nessuna censura può muoversi sul piano della liceità penale, essendosi tra l’altro provveduto in via amministrativa a limitarne la diffusione nei confronti dei minori degli anni 18».
Nel mese di novembre Caligola entra nei normali circuiti di programmazione. A Roma, dove è in cartellone in sei sale, ottiene uno straordinario successo, nonostante il costo maggiorato del biglietto dovuto alla durata, che costringe i gestori a ridurre il numero di spettacoli giornalieri.
Scrive La Repubblica il 17/11/’79: «Trentamila spettatori a Roma nel giro di un week-end e a Catania quasi diecimila. Cinquanta milioni di incasso solo nella Capitale sabato e domenica. Che è un miracolo. Ma anche lunedì, giorno di stanca, non si trovava posto».
Nelle pagine dei quotidiani si parla inoltre di spettatori disgustati e malesseri dovuti all’eccessiva crudezza di alcune scene.
A pochi giorni dall’uscita, due nuove denunce vengono presentate alla Procura di Roma: sono quelle di due deputati di destra, l’onorevole missino Agostino Greggi e l’avvocato Aldo Sebastiani, quest’ultimo presentatosi alle elezioni nelle liste del MSI.
Sebastiani, nel suo esposto, scrive di aver ravvisato nel film «la rappresentazione più orrenda e ossessiva degli organi genitali… una ridda di immagini e slogan indecenti che martellano continuamente la psicologia popolare per eccitarne la curiosità morbosa, i sentimenti più bassi, le reazioni più ignobili […]. La pornografia è un incitativo al malcostume, alla delinquenza, all’alienazione mentale già dilagante».

caligola tinto brass

Greggi – ex democristiano eletto tra le fila del partito di Almirante nel 1979 – si era distinto per la battaglia contro i fumetti neri negli anni ’60 e per le accese campagne di moralizzazione dei costumi (al punto che Sordi si ispirò a lui per interpretare il personaggio del film Il moralista di Giorgio Bianchi).

A proposito di Caligola, l’onorevole si domanda «come la commissione censura possa aver assistito al film senza reagire», e chiede, a sorpresa, l’abolizione di tutte le censure e la totale liberalizzazione del cinema, presentando apposita interrogazione parlamentare. «Ma Greggi», scrive un articolista di Paese Sera, «con una mossa da maestro, chiede anche di abolire tutti i benefici statali che la legge elargisce dal 1965 ed elargirà fino al 1998».
«No, non ci siamo», continua il giornalista, «quella proposta da Greggi è una forma di censura ancora più sottile: per impedire che qualcuno faccia film che lui e l’avvocato Sebastiani trovano “morbosi” si abolisce per chiunque la possibilità di fare film; è un modo come un altro per dichiararsi egualitari».
Come da prassi, le denunce presentate fanno scattare il sequestro del film su tutto il territorio nazionale, ordinato dal Procuratore di Roma Giancarlo Armati in data 16 novembre 1979 e motivato dall’«insistenza e il prolungarsi di certe riprese che vanno al di là dell’interpretazione storica del momento, manifestando in forma autonoma rispetto alla vicenda un carattere di oscenità».

caligola locandina 2

Le reazioni dei produttori non si fanno attendere. Rossellini in particolare racconta ai giornali l’impossibilità di sviluppare fedelmente un tema senza attenersi ai costumi e agli usi del periodo storico in cui l’azione si svolge.
«Nessuna aggiunta è stata fatta al film dopo la rituale approvazione della censura», dichiara il produttore; «Caligola nella sua grandiosità è una ricostruzione storica di un’epoca nella quale non c’erano le limitazioni di costume del nostro tempo. La tradizione classica greco-romana ed anche quella di tutta la civiltà del Mediterraneo avevano anche nei tempi più austeri dell’inizio della relativa evoluzione politico sociale, un sentimento di pudore molto relativo. Nessuna offesa era costituita dalla esibizione pura e semplice della nudità. Negli affreschi e nei vasi di queste varie civiltà scene di amore sono rappresentate senza nessuna preoccupazione di oscenità […]. In maggior ragione nel periodo della decadenza scene di orge erano frequenti e facevano parte di un quadro storico che in questo film non poteva essere falsificato senza distruggere il vero contenuto del personaggio di Caligola con la sua ribellione contro la corte che lo circondava e il mondo falso e traditore che gli si era venuto rivelando».
Il 15 dicembre 1979 la Procura Generale della Repubblica di Bologna avoca a sé la cognizione del processo e ordina la citazione davanti al Tribunale di Forlì, con rito direttissimo, degli imputati Franco Rossellini (produttore), Tinto Brass (regista), Luigi Lirici (legale rappresentante della PAC), Raffaele Landi (distributore per l’Emilia Romagna), Pietro Bregni (amministratore della PAC): tutti accusati degli articoli 528 e 110 cp, ovvero oscenità e concorso nella realizzazione di spettacolo osceno. Le gravi accuse rivolte all’opera sono: «Contenuto osceno e riproducente scene orgiastiche collettive con riprese, anche in primo piano, descrittive di accoppiamenti sessuali, di coito orale, di cunnilinguo tra lesbiche, di masturbazione maschile e femminile con introduzione delle dita nella vagina della donna, con ostentazione degli organi genitali in ripetute sequenze, di sodomizzazioni, di evirazione, di violenza carnale e di necrofilia».
Rossellini chiede a gran voce il dissequestro dell’opera, dichiarandosi disposto a oscurare gli spezzoni più crudi, ma il giudice del Tribunale di Forlì, con sentenza del 28 aprile 1980 accoglie le richieste del PM, giudicando il film privo di contenuti artistici e condannando Rossellini e Lirici a quattro mesi di reclusione e al pagamento di lire 400.000 di multa oltre le spese processuali; assolve invece Brass, Landi e Bregni per non aver commesso il fatto.
L’assoluzione di Brass dal suo capo d’accusa è così argomentata: «Brass Tinto Giovanni: è imputato nella sua qualità di “regista” del film e per aver diretto le “riprese di tutte le sequenze”. Il Brass ha contestato l’uno e l’altro dei presupposti della sua incriminazione. Egli infatti ha disconosciuto in epoca non sospetta, anche intraprendendo azioni giudiziarie, la paternità del film per essere stato escluso dalla produzione della delicata fase di montaggio e di “stesura” finale del film. Inoltre il Brass ha negato di aver diretto tutte le riprese, sostenendo che alcuni inserti che compaiono nel Caligola sono stati girati direttamente dalla produzione e lo stesso Rossellini ha confermato tale versione. L’imputato ha contestato decisamente di essere stato autore delle sequenze perché queste […] sono il risultato dell’operazione di montaggio. Ed è infatti attraverso la sistemazione in un determinato ordine che le riprese diventano sequenze ed assumono il significato voluto […]. Le riprese, e cioè le immagini girate, hanno natura “neutra” e non sono destinate immediatamente alla proiezione in pubblico, ma ad essere selezionate ed utilizzate per montare il film da proiettare in pubblico. Il montaggio dunque è il momento delle scelte creative , qualificanti dell’opera così come essa apparirà sugli schermi, è la scelta delle inquadrature da usare, delle sequenze da scartare, della durata da dare ai piani, delle giustapposizioni, dei contrappunti ecc…che condizionano drasticamente il risultato finale. Il Brass invero ha girato 160.000 metri di pellicola e da questi sono stati estratti e ordinati i metri che compongono l’attuale edizione del film. È chiaro pertanto che con il copioso materiale a disposizione potevano essere “confezionati” parecchi film con taglio, impostazione o finalità estremamente diversi fra loro».
Il 21 novembre 1980 la Corte di Appello di Bologna dichiara la nullità del giudizio di primo grado e della sentenza nei confronti di Rossellini e di Lirici, rimettendo gli atti al Tribunale di Forlì per la rinnovazione del giudizio nei loro confronti e disponendo intanto la sospensione del processo nei confronti degli altri imputati. Ma sollecitata dal pronto ricorso del Procuratore Generale, che denunciava la violazione degli articoli 502 e seguenti del c.p.p. in relazione all’articolo n. 3 dello stesso codice, la Corte di Cassazione, con sentenza datata 12 maggio 1981 annulla incredibilmente la sentenza della Corte di Appello per violazione di legge, rinviando il provvedimento ad altra sezione della stessa per un nuovo giudizio sulla pellicola.

caligola film

La nuova sezione della Corte di Appello di Bologna, il 28 aprile 1982, conferma la confisca del film, sottolineando «l’estrema oscenità – nell’accezione lessicale del termine, connotante atti od oggetti lubrici, indecenti, sino al punto da essere irrappresentabili o da giungere ad infangare la dignità dell’uomo – della stragrande maggioranza dell’opera filmica in esame», e dilungandosi nella descrizione minuziosa delle sequenze più spinte, tra cui quella delle due lesbiche (Anneka Di Lorenzo e Lory Wagner) che doveva essere assente, ma che in realtà è presente. A dimostrazione che il film, contrariamente a quanto sosteneva Rossellini, era stato reintegrato dei tagli di censura prima della distribuzione in sala.
Come se non bastasse, il giudice condanna ora anche il regista, smontando sistematicamente tutte le argomentazioni che avevano determinato la sua assoluzione nel precedente grado di giudizio: «Proprio al Tinto Brass si contesta, specificatamente, di avere diretto le riprese di tutte le sequenze del film, che è attività che riguarda appunto il momento della fabbricazione del film osceno, il cui fine naturale è quello della pubblicazione e della fabbricazione […]. In altri termini, la sua responsabilità si è conformata negli istanti in cui egli ha prodotto il materiale (le riprese) con la ovvia consapevolezza e delle caratteristiche di esso e della sua naturale destinazione, ponendolo di poi a disposizione del montatore o, comunque, della produzione».
Decadono invece i capi d’accusa contestati a Rossellini e Lirici per estinzione del reato a seguito di amnistia.
La sentenza definitiva viene pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione nel febbraio 1984: pur annullando la condanna nei confronti di Tinto Brass affermando il principio «che non può essere ritenuto responsabile penalmente del film giudicato osceno, il regista che sia stato estromesso durante una fase essenziale della lavorazione come il montaggio», viene confermata la confisca definitiva dell’opera, ritenendo che in essa «lo spettatore non possa cogliere un qualche significativo messaggio diverso dalla sollecitazione dei più degradati istinti sessuali».
Tutte le copie positive (12 in tutto) di Caligola vengono quindi distrutte per ordine del giudice, e l’edizione uscita per qualche giorno al cinema nel 1979 non si vedrà mai più in Italia.

2/continua

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